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Anna Maria Siena Chianese

Un’intervista resa possibile da decenni di conversazioni con lui. Oggi che è il suo compleanno, in quest’ennesima intervista non vi sono risposte inventate, ma le sue parole di allora, che non andranno mai fuori corso.

Ascoltare Gerardo Marotta era come veder dipanare fili e fili da una matassa di diversi colori e, dal loro sapiente intrecciarsi, venir fuori l’ordito che spesso si dilatava a comprendere il mondo. Parlare con lui era una festa; fin dalle prime battute si accendevano le fiaccole del dialogo e i petardi della discussione, ma negli incontri al Calascione, a volte, il dialogo defluiva in un suo monologo: ed ecco rivivere la fervida atmosfera dei primi anni del dopoguerra, le nuove correnti di pensiero che esprimevano il bisogno di edificare un mondo dove non vi fosse spazio per gli errori e gli orrori appena trascorsi. Erano gli anni dei Circoli, delle associazioni culturali, dei dibattiti pubblici e della grande ventata di libertà che spalancava sempre più ampi orizzonti a pensieri e idee nuovi. Ecco rivivere i protagonisti di quegli anni: Renato Caccioppoli, matematico strepitoso, musicista ‘divino’(parola dell’avvocato), ribelle per vie d’intelligenza e di sangue e pianista di sala al Circolo del Cinema, da lui istituito all’Alhambra “per aprir le porte ai Buñuel, ai Dreyer e agli Eisenstein”. Caccioppoli fa parte anche dell’Associazione Cultura Nuova con Raffaello Causa, Max Vajro, Concetto Marchesi, Vasco Pratolini, Roberto Pane, Natalino Sapegno, Vittorio Viviani, Domenico Rea: un crogiuolo d’ingegni che vivono in comune l’urgenza di “scuotere la coscienza dell’uomo contemporaneo mediante una cultura scevra da provincialismi”. Ne è promotore uno studente liceale, Gerardo Marotta che fonderà, anni dopo, il meno provinciale dei cenacoli culturali: l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, prima in casa Marotta al viale Calascione, poi a Palazzo Serra di Cassano. Comincia così l’osmosi di vasto respiro tra Napoli, il resto d’Italia e l’Europa. I grandi maestri di pensiero che frequentano l’Istituto, da Gadamer a Gigante a Gombrich ad Adorno a Bodei a Jossa a Ulianich hanno un sogno in comune: restituire all’Europa la coscienza di sé e la sua memoria storica, sogno avverabile solo attraverso l’interrelazione delle culture. L’Istituto di Studi Filosofici darà forma e vita al grande progetto del suo fondatore. Ai giovani frequentatori non s’insegna solo filosofia, ma “tutto quanto occorra a restituir loro il compito e la responsabilità dell’intellettuale, perduti nella crisi della coscienza storica occidentale”. Ma, in primo piano, vi è lo studio della filosofia, “amante-amata inafferrabile, ma indispensabile perché l’uomo non dimentichi la sua storia, quel divenire lungo il quale si evolve la conoscenza, si affina lo spirito, nasce la poesia, si forma la polis…”. Nel nome di questo “amoroso uso di sapienza che si chiama filosofia”, Marotta reagisce, da par suo, alla progressiva esclusione della materia dai programmi di molti dei licei e delle università europee con un’iniziativa di risonanza mondiale: gli ‘Appelli per la filosofia e per la ricerca umanistica’ ai parlamenti e ai governi di tutto il mondo. Sottoscritti dal Parlamento europeo a Strasburgo il 22 giugno del 1993 e dal Segretario Generale dell’Onu a settembre, riportati dalla stampa internazionale, gli Appelli partiti da Napoli fanno il giro del mondo.

L’avvocato-filosofo è insignito di premi, lauree ad honorem, riconoscimenti, medaglie.

Intanto, quanti hanno arricchito la loro formazione nelle intense stagioni di studio presso l’Istituto, chi ha frequentato le lezioni di filosofia del professore Antonio Gargano, definito da Marotta “motore primo dell’Istituto e geniale tempra d’uomo e di studioso”, i borsisti e i giovani ricercatori tornano spesso all’Istituto da docenti, apportandovi rinnovellate energie di pensiero.

Europeista convinto, Marotta considera “gli Stati Uniti d’America modello di una Europa unita che ogni Stato può amare, anche conservando nel cuore l’amore per le piccole patrie”. Per lui, “uno Stato moderno sarebbe stato quello dei martiri del 1799 che, governato dai filosofi, rivoluzionava anche le più audaci correnti critiche dell’Illuminismo europeo”. “Addirittura”, gli risposi. “Non ti pare di venir condizionato, a volte, da questa tua venerazione per i giacobini napoletani?”. “Non li definirei così. Gli uomini di cultura napoletani erano dei platonici, e perciò l’educazione è elemento di base della rivoluzione, come formazione dello spirito e dell’animo di un popolo, della virtù e del costume della società. Ma ciò che conta è che ogni idea nuova, ogni movimento nuovo trovi la fiducia dei giovani”. “Forse per questo lo stato platonico resta ideale, non realizzato e non realizzabile?” gli chiesi, sentendomi rispondere con le parole di Platone a chi lo interrogava sull’esistenza del suo Stato ideale: “‘Forse è esistito’ e si riferiva alla polis pitagorica dell’Italia meridionale, ‘forse esisterà’. Ed è questo lo Stato ideale, il solo in cui crediamo e di cui ragioniamo”.

Nucleo costante della sua progettualità, Platone e l’assioma del bello come armonia e ordine che conduce al vero e del bene che rende visibili e intellegibili le idee. Da questa base, suscettibile d’illimitati sviluppi di pensiero, si doveva partire per evitare le derive che da ogni dove attentavano alla sopravvivenza stessa del mondo, una parte del quale dall’incerto divenire, l’Europa, era l’altro dei suoi pensieri e dei suoi credi. Una volta, per avere se non l’ultima, la penultima parola nella discussione sulla fattibilità di una ‘Europa secondo Marotta’, gli chiesi se l’intreccio tra le diverse culture che doveva formarla fosse una tela di Penelope o un sudario. “Forse entrambi”, mi rispose, “ma comunque indispensabile perché nell’Europa unita possa circolare la cultura, oltre i capitali e le merci, creando così un nuovo umanesimo”. Con lo spirito profetico dei grandi ingegni, temeva che l’isolazionismo inglese potesse compromettere l’unione europea, ma non smise mai di credere in essa, anche se Gadamer considerava l’Europa “non più cosciente di sé stessa e priva di memoria storica”. Al mio provocatorio “malgrado Carlo Magno, Dante e Napoleone?” rispose che i loro sogni “erano stati sorretti anche da quell’embrione di unità culturale latino-cristiana diffusa dai monasteri e dalle scuole, ma i grandi spiriti illuminati del tempo sapevano che, di là dalle armi, la cultura era la strada maestra dell’unità europea e la giustizia comune la premessa per il rinnovamento morale e politico dei popoli”: parole senza tempo, che conservano tutta la loro carica di verità, di bontà, di bellezza. Una sera gli chiesi se, per la sua strenua fede in cose che non erano ancora di questo mondo, si sentisse un uomo religioso. Mi rispose di sì, “come Croce, perché il cristianesimo è alla base dell’uomo moderno. Con la pietas e la charitas, ha rappresentato una svolta del mondo antico, ha diviso il tempo del mondo. Il messaggio cristiano del Paradiso è la tensione a un ordine razionale. E, come Croce, sono fedele alla religione della libertà dello spirito che non segue la massa per deprecare invano, ma organizza la formazione di una classe dirigente che abbia per obiettivo la ricostruzione dello Stato”. Nei mille fili della matassa policromatica del suo pensiero non perdeva mai il bandolo: contribuire a formare una nuova classe dirigente che sapesse “apprendere il proprio tempo col pensiero sulla base della filosofia, dottrina della coscienza storica del mondo”. Filosofia come conoscenza “legata all’eros dalla stessa etimologia, l’amore per un sapere mai posseduto pienamente e destinato a restare inappagato”. Questa era la meta aurea del suo lavoro e della sua dedizione: eros e sapere, amore e desiderio di conoscenza ai quali ancorare il mondo per evitarne la deriva, malgrado i venti contrari dell’invidia, le crescenti difficoltà di portare avanti l’attività dell’Istituto tra forze avverse o indifferenti o affaccendate in tutt’altre faccende. Gli chiesi, a questo proposito, quale parte si sentisse sua della frase di Montale: ‘C’è chi tira pallini e c’è chi spara a palle. L’importante è far fuori l’angelica farfalla’. Mi rispose di botto, senza rifletterci un attimo: “I pallini sono la calunnia e la disinformazione, le palle i tagli dei fondi pubblici e le gelosie di chi non vuole che crescano modelli di cultura e di vita diversi dai loro”. Non osai chiedergli se ‘l’angelica farfalla’ si considerasse lui. La sua figura fragile, quasi perduta tra scialli e cappello, contrastava col tono di voce, forte e rassicurante, di chi si è posto una missione da compiere nella fiducia di riuscirvi, di là da ogni pur giustificato pessimismo. Pur ribadendo quanto già detto più volte, va ancora una volta sottolineato che Gerardo Marotta viveva da missionario l’impegno di “contribuire alla formazione di una classe dirigente a livello mondiale, consapevole del proprio ruolo nella storia”. Una volta, a proposito degli Istituti di cultura validamente operanti nel mondo, riconobbe che l’obiettivo del suo Istituto era unico forse nel suo genere”. “Unico certamente, e tanto immenso da dare le vertigini…” risposi “L’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici in tal senso è una vetta” ammise, quasi parlando a sé stesso, “perciò la sua sconfitta è quasi certa” e improvvisamente, col tono declamatorio ma non enfatico che sapeva usare al momento giusto, se ne uscì con una frase biblicamente allarmante: “Il giorno un cui non dovesse sorgere il sole, il pianeta dovesse essere invaso dalle acque e la terra dovesse diventare una spelonca allora ci sarà un grido disperato, ma sarà un grido vano”. “Parole di… Giovanni Battista nel deserto?” gli chiesi. “No, di Gadamer” rispose divertito, quasi ridendo. “Ma spero che la resipiscenza avvenga prima”. “Ti consideri ottimista?” gli chiesi. “Più che ottimista, sono fiducioso in una resipiscenza che eviterà la deriva della cultura e del mondo”. “Per opera di quale potere?”. “Di quello della verità, indicato dal Vangelo di Giovanni e dai saggi del mondo”. La lettura del Vangelo di Giovanni o de La morte di Socrate era il suo rifugio nelle poche serate libere da impegni e da riunioni che, a volte, si prolungavano fino all’alba. L’altro, e forse più ameno rifugio, era la musica: Mozart, Verdi, Rossini, Beethoven. Osai congratularmi con lui perché dedicava ogni tanto a sé stesso i suoi pensieri per sentirmi rispondere che “pensare a sé stessi è il più egoistico dei particolarismi”. Gli chiesi quanto gli fosse costato non ricorrervi mai, e continuare contro tutto e contro tutti a rifiutare i modelli che oggi il mondo propone e impone. Mi rispose: “Tutte le mie risorse, e la mia vita” dichiarandosi disposto a dare ancora “gli avanzi di entrambe”. Per vincere il senso di accoramento diffuso nell’aria dalle sue parole gli chiesi se gli sarebbe piaciuto, ogni tanto, gettare volantini da un aereo in volo con uno scritto di speranza. “Molto, purché i volantini siano bandiere europee e il messaggio il motto-guida che Pugliese Caratelli avrebbe definito platonico: ‘Venturi aevi non immemor’”. Il discorso cadde sull’Apologia di un uomo laico, di G. Ferrara, e mi accomiatai da lui con la frase finale del libro, l’augurio “caro alle grandi querce solitarie: che il dio delle tempeste ti protegga”. Scendendo per il Calascione, pensavo al sorriso col quale pensosamente mi aveva risposto, senza parole, ma che ne conteneva tante e che non dimenticherò mai. Oggi, ricordando le nostre conversazioni-feste, dense di idee, di progetti, di desiderio e quasi della speranza di gioia che la vita a volte sa dare, lo saluto dicendogli che le belle feste della vita non durano mai per sempre, ma le bellissime si rinnovano continuamente, quando s’incontrano o si ricordano persone come lui. E il mio augurio è che, di là dalle piccole beghe e dalle grandi tempeste della nostra dimensione, in quella alla quale appartiene oggi gli giunga da lontano, portata da lembi di nuvole, o da un vicinissimo giardino, la musica di Mozart. Buon compleanno, Gerardo.

[La fotografia, scattata nel settembre del 2016 in casa dell'avv. Marotta, è di Maria Regina De Luca]