«Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà». Così Pier Paolo Pasolini, in Dialetto e poesia popolare, saggio del 1951, indica uno dei grandi valori della poesia: la capacità di restituire in forma vitale il rapporto tra la parola e la realtà. 

Il tema è molto attuale se pensiamo, per esempio, ad Andrea Camilleri quando trova nell’allusione alle forme dialettali un aspetto speciale del suo stile narrativo. Allusione e non adesione perché, in Pierro come in Camilleri, la forma linguistica è ricostruita o addirittura inventata di sana pianta, allo scopo di esprimere il senso di un ambiente attraverso le sue sonorità, nei toni dell’infanzia, del ricordo, della vita familiare.

La parlata locale caratterizza l’opera di Albino Pierro, nato il 19 novembre 1916 nel piccolo centro lucano di Tursi e al quale è dedicato l'omonimo Parco Letterario Albino Pierro. Ecco come lui stesso spiegava la sua scelta linguistica: «Quella di Tursi, il mio paese in provincia di Matera, era una delle tante parlate destinate a scomparire. Ho dovuto cercare il modo di fissare sulla carta i suoni della mia gente.»

I suoni della gente Pierro iniziò a riprodurli con ’A terra d'u ricorde, poesia e raccolta del 1960 che segna la svolta ‘dialettale’ del poeta, già edito più volte in lingua italiana. Qui volle trascrivere la parlata dell’infanzia (una lingua delle origini, arcaica, radicale) per esprimere il disagio di un nomadismo che lo aveva già portato in molte zone d’Italia: da Taranto a Udine, da Novara a Roma. Lo ‘sradicamento’ di Pierro si risolse proprio così, con una scelta espressiva.

Il dialetto di Tursi non aveva, fino ad allora, una forma scritta. Fu lui a operare un lavoro di ricostruzione ed invenzione, nell’esercizio della memoria personale su memorie infantili e familiari. Questa ricostruzione ebbe forma circolare, come notò Pier Vincenzo Mengaldo inserendo Pierro nell'antologia dei poeti dialettali italiani. Dopo aver lasciato la natia Tursi. il poeta ricreò il luogo delle origini nel suono della poesia.

Una letteratura di costruzione, non solo di memoria è quella che ritorna nella conversazione con Tullio De Mauro del 1983 ('La colazione di Donn'Albino. Conversando con Albino Pierro', in A. Pierro, Si pó' nu jurne): «Dicono che io sia un poeta d’amore, che il centro della poesia mia sia il cuore. Forse è vero, ma per arrivarci io credo nella disciplina, nello studio, nella riflessione intellettuale. [...] Io ho letto i filosofi, li leggo. Credo che - come dire?- questo concettualismo corposo sia un terreno buono per la poesia, almeno per la mia. Ma è un terreno di nutrimento, è lo scheletro. Nel risultato non si deve vedere più. Se si vede, beh, non facciamo poesie, ma giocattoli.»

Le esperienze infantili si indovinano nella poesia di Pierro come echi di quando lui ascoltava la parlata locale dei contadini intenti nel lavoro dei campi. Da piccolo subì anche una malattia agli occhi e forse questa condizione lo portò a sviluppare una sensibilità personale verso il mondo sonoro. Gli echi simbolici e fonetici della parlata tursitana, radicati nel suo animo, sarebbero fioriti nel ricordo delle atmosfere popolari e familiari e nella profonda nostalgia di un mondo lontano dalla residenza, in età ormai adulta, nel quartiere romano di Monteverde.

In un ragionamento disperato e profondo, Pierro si chiederà:

«…Com'agghi' 'a fé, Maronna mèie,
com'agghi' 'a fé?
L' agghie lassète u paise
ca mi davìte u rispire d'u céhe,
e mò, nda sta citète,
mi sbàttene nd'u musse schitt'i mure,
m'abbrucuuìne i cose e tanta grire
com'a na virminère.» (Le porte scritte nfàcce)

(«…Come devo fare. Madonna mia, come devo fare? Ho lasciato il paese che mi dava il respiro del cielo, ed ora, in questa città, mi sbattono sul muso solo i muri, mi infestano le cose e tante grida, come un vermicaio.»).

La portava scritta ‘in faccia’ quella voce, che aveva nutrito il suo ricordo infantile accanto a quello della Rabatana, antico insediamento arabo di Tursi (dall’arabo rabat, o arabat):

«Quann'u tempe è sincere, 
nturne nturne 'a terra d'i jaramme 
ci 'ampìjete a lu sòue com'u specchie, 
e quanne si fè notte c'è nu frusce di vente
ca s'ammùccete nd'i fosse e rivìgghiete u cùcche
e ci fè nasce nu mère d'èrve. 
Pòure cristiène!» (’A Ravatène)

(«Quando il tempo è limpido, intorno intorno, la terra dei burroni  lampeggia al sole come uno specchio, e quando si fa notte c'è un fruscio di vento che si nasconde nei fossi e sveglia il cuculo e fa nascere un mare d'erba. Poveri cristiani!»).

In questa poesia, che ci offre un'istantanea della vita della Lucania d’inizio Novecento, si schiude ancora la dimensione autobiografica ed emotiva:

«Ma iè le vògghie bbène 'a Ravatène 
cc'amore ca c'è morta mamma mèje»
(«Ma io voglio bene alla Rabatana perché c'è morta la mamma mia»)

Infine, in 'A terra d'u ricorde, ecco un esplicito manifesto di poetica personale:

«S'i campéne di Paske
su' paròue di Criste
ca hé fatte nghiùre 'a morte,
mò sta parlèta frisca di paìse
jèttete u bbànne e dìcete:
"Vinèse a qué, v'àgghie grapute i porte."
»

(«Se le campane di Pasqua sono parole di Cristo che ha fatto chiudere la morte, ora questa parlata fresca di paese getta il bando e dice: "Venite qui, vi ho aperte le porte.”»).

Forse è nel profondo rapporto con le origini la ragione della fama internazionale che avrebbe anche portato a più candidature di Pierro per il Nobel alla Letteratura. Candidature che furono oggetto di discussioni. Quella stessa fama, accando all'apprezzamento di traduttori e raffinate riviste letterarie, può spiegare la cosa, prendendo atto della forza espressiva della sua poesia. 

Forse il segreto di Pierro è nel delicato equilibrio tra tutte queste sfumature, oppure nel fatto che le forme più intime, quando hanno il suono delle origini, possono dar vita ad una poesia davvero universale.

Forse.

 

Vn

 

Fonti: web.tiscali.it/ghostnet, reteitalianaculturapopolare.org, repubblica.it, cirigliano.it, unita.it, parchiletterari.com