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Dal 7 luglio nella Sala 65 della Galleria degli Uffizi - una delle cosiddette "Sale rosse" di recente apertura – c’è un ospite di eccezione, il "Ritratto allegorico di Dante Alighieri", dipinto nel 1532-33 dal Bronzino. L'opera è in Galleria grazie a un comodato e rappresenta una testimonianza lirica del culto rinascimentale per gli uomini illustri, e in particolare per i letterati fondatori della lingua italiana. "M'è parso importante – ha affermato il direttore del museo Antonio Natali - che in questo 2015, votato a celebrare i 750 anni dalla nascita dell'Alighieri, anche gli Uffizi fossero nel novero dei luoghi che rendono omaggio alla memoria del Poeta".
Le vicende storiche – Giorgio Vasari nella Vita del Bronzino racconta le vicende storiche di questa lunetta che sarebbe stata commissionata al pittore di ritorno da un suo viaggio a Pesaro. Il committente, Bartolomeo Bettin, ordinò a Bronzino l’esecuzione dei ritratti dei tre padri della letteratura italiana, Dante, Petrarca e Boccaccio, da collocare nelle lunette di una stanza della sua abitazione. Il significato complessivo del progetto è descritto nella Vita del Pontormo, che per quella stessa stanza eseguì una tavola con Venere e Amore, su cartone di Michelangelo. Dei ritratti dei tre grandi l’unico ad oggi conosciuto è quello di Dante: esistono infatti un disegno preparatorio a Monaco, una replica di bottega su tavola conservata nella Collezione Kress della National Gallery of Art di Washington, la presente redazione su tela in collezione privata fiorentina, svariate copie grafiche e la xilografia del solo busto, sul frontespizio della Divina Commedia pubblicata a cura di Francesco Sansovino nel 1564.
Nel 1956 la tavola statunitense, radicalmente restaurata, fu acquistata come opera della bottega di Vasari; nel 1964 Luciano Berti ne ascrisse la paternità al Bronzino, mentre nel 1991 Alessandro Cecchi preferì considerarla una replica autografa. L’attribuzione fu poi ridimensionata da Jonathan Nelson, che la ritenne un prodotto di buona fattura della bottega del pittore, dipinto forse su commissione di un membro dell’Accademia Fiorentina probabilmente dopo il 1541, quando la disputa sul primato del volgare toscano e l’interesse per Dante infervorarono non solo gli studi letterari, ma anche il dibattito politico. Su questo fronte, sia Bettini, sia il suo amico Michelangelo Buonarroti erano fortemente impegnati nel difendere la Repubblica contro la tirannia del duca Alessandro de’ Medici e il Canto XXV del Paradiso, leggibile sul libro sorretto da Dante desideroso di rientrare dall’esilio, si adatta particolarmente alle vicende politiche della famiglia Bettini.
Non sono note le vicende che hanno portato il dipinto fuori da casa Bettini e la sua storia successiva.