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Se la XV Settimana della Lingua italiana nel mondo (19-24 ottobre 2015) è stata dedicata al rapporto tra lingua italiana e musica, c’è un ottimo motivo. Non è solo la constatazione ‘non scientifica’ del fatto che la nostra lingua, nella percezione degli stranieri, ha un bel suono. Lo disse Pietro Bembo tra i primi, nelle sue “Prose della volgar lingua” (1525), chiosando che: “due parti sono quelle che fanno bella ogni scrittura, la gravità e la piacevolezza; e le cose poi che empiono e compiono queste due parti, son tre: il suono, il numero, la variazione”. In un articolo per "Repubblica!, Andrea De Carlo spiega meglio perché la nostra lingua “suoni” bene, da diversi punti di vista.

Non è sempre stato così e i primi giudizi degli stranieri sulla nostra lingua erano tutt’altro che lusinghieri.

La storia dell’immagine dell’italiano è più articolata di quanto si immagini; se ne sono occupati in molti, tra cui Luca Serianni. Citiamo qui, però, uno studio del 2013, “La lingua degli angeli” di Harro Stammerjohann, che contiene una riflessione sul rapporto tra la nostra lingua e la musica. Il testo, edito dall’Accademia della Crusca, traccia la storia “dell'italianismo delle corti europee, la tradizione del Grand Tour, l'italiano come lingua della musica, il ruolo dell'emigrazione per la diffusione della lingua italiana.”

Gli emigrati sono una parte fondamentale per la diffusione della nostra lingua e cultura e anche se oggi percepiamo la preponderanza della lingua inglese, in passato ci sono stati molti prestiti italiani, cioè “parole e locuzioni italiane” nelle altre lingue.

Voltaire fu tra i primi a considerare la lingua italiana gradevole e ci piace ricordare il dantesco “bel paese dove il sì suona”. Ma almeno dalla fine del Trecento circolava una percezione ben diversa, e cioè che la lingua italiana fosse una derivazione spuria del latino. Ci arriva dal 1388, nel prologo della seconda edizione della Bibbia di Wycliffe (attribuita a John Purvey) l'affermazione che ai viaggiatori stranieri in Italia la lingua era apparsa come “Latyn corrupt”, cioè latino corrotto.

Non prima del Cinquecento e con maggiore decisione tra Sei e Settecento sarebbero emersi pareri più positivi circa la sonorità e la qualità lessicale e sintattica della nostra lingua. Ma lo stesso Voltaire, già citato, anche se la definì “bella lingua italiana figlia primogenita del latino” espresse anche pareri  di segno opposto. (fonteTreccani).

Nei decenni successivi, comunque, i viaggiatori stranieri del Grand Tour stabilizzarono l’immagine dell’italiano come lingua musicale. Arriviamo a inizio Novecento con Thomas Mann per leggere un celebre brano delle “Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull”: "Son veramente innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. Ho soltanto bisogno d’aprire la mia bocca e involontariamente diventa il fonte di tutta l’armonia di quest’idioma celeste. Sì, caro signore, per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano."

Accanto alla musicalità dell'idioma troviamo anche la storia parallela del rapporto tra lingua italiana e musica. Che l’italiano sia la lingua internazionale della musica lo dissero, tra gli altri, Michele A. Cortelazzo e Gianfranco Folena, determinando l'origine di questo ruolo nel Settecento. Una gran parte della “terminologia musicale internazionale – disse Cortelazzo - è a base italiana (basti pensare, già nel Cinquecento, alla disseminazione dell'it. fuga nel tedesco Fuge, nello spagnolo fuga, nel francese fugue e, da qui, nell'ingl. fugue); nel Settecento cantare un'opera significava quasi esclusivamente, in tutta Europa, cantare in italiano (l'esclusiva, intaccata già a partire dall'Ottocento, è scomparsa nel Novecento); imparare a cantare l'opera lirica – concludeva lo studioso - è una delle motivazioni più forti che spingono parlanti di Paesi lontani (ad es. la Cina o l'India) a imparare la nostra lingua.” (qui la fonte completa).

Il Settecento è passato da almeno tre secoli, e non abbiamo più "l'esclusiva", ma l’onda lunga dell’italiano della musica non si è esaurita. Lo dimostra un video, prodotto a inizio ottobre dalla Farnesina (DG Italiani all’Estero e Politiche Migratorie) con ANCE (Associazione Nazionale Famiglie Emigranti) e realizzato dal “I-Italy” network di New York.

Il video si intitola “La musica parla italiano” ed è stato girato per le strade di New York. Il legame tra la nostra lingua e la musica emerge armoniosamente, a vantaggio dei nostri connazionali all’estero e dei loro discendenti, ancora oggi protagonisti della promozione della nostra lingua e cultura in tutto il mondo. Anche questa è #italofonia, come potrete verificare voi stessi guardando il video. Vi raccomandiamo di leggere anche il colophon, con tutte le informazioni su chi ha contribuito alla realizzazione del prodotto.

 

 

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