Nella lunga intervista che ho avuto la fortuna di fare all’amico e maestro Aldo Masullo nell’aprile scorso, nella sua casa di Napoli, in occasione del suo novantaquattresimo compleanno, in una pausa del nostro lavoro, Aldo mi ha sollecitato a rileggere Francesco De Sanctis e in particolare le lezioni sulla letteratura da lui fatte dal 1872 al 1874, dove il fondatore della storia letteraria moderna formalizza la distinzione delle correnti italiane contemporanee in due scuole opposte: la scuola liberale e la scuola democratica, ovvero, Manzoni e Mazzini. Entrambe le scuole sono fondate sul principio di libertà. Opposte nell’individuare il punto di origine della libertà. La scuola liberale pone l’individuo come cellula primaria titolare della libertà, e vede la costruzione sociale come funzionale, strumentale a garantirne la fruizione a beneficio degli individui. La scuola democratica vede la comunità come elemento originario da cui l’individuo non può mai distaccarsi, in quanto diventerebbe un nulla, un qualcosa di evanescente; solo all’interno della comunità l’individuo trova il modo di godere della propria libertà.

Masullo mi faceva notare come questa spaccatura tra due impostazioni opposte fosse un po’ il destino di tutta la storia contemporanea, fino a noi. Da parte mia osservai che mi sembrava come il pensiero filosofico di Masullo, incentrato sul concetto fichtiano di intersoggettività – l’io è fin dal principio anche un tu, un non-io –, spingesse a preferire la seconda scuola, quella democratica. Ma qui Aldo mi fermò. “Non è così esattamente. Il punto è che le due scuole, pur opposte, vivono in una dialettica forte. Nel senso che se la democrazia giunge a dare tutto il soggetto alla comunità, a scapito dell’individui, si giunge alla dittatura e all’oppressione, e se il liberalismo eccede nell’attribuire tutti i diritti primari al solo individuo, eliminando la comunità nella quale è inserito, si legittima una situazione di generale prevaricazione. In entrambi i casi si giunge al dispotismo e all’ingiustizia. Entrambe le scuole pur essendo opposte hanno necessità l’una dell’altra”.

Ho raccontato questo recente episodio per segnalare l’importanza di rileggere questo monumento della costruzione della nazione italiana, ma di rileggerlo a partire dalle lezioni di letteratura, più che dalla sua mitica (e oggi proco frequentata) Storia della letteratura italiana. E di usarlo come strumento di anamnesi e di autocoscienza riguardando con sgomento all’oggi squilibrato da una stridente, imprevedibile, disarmonia tra le due scuole di De Sanctis: la scuola liberale estremizzata, ormai dominatrice nel mondo, ha schiacciato nell’angolo ciò che resta della scuola democratica, dopo aver polverizzato la sua disarmonica estremizzazione socialista. La strada, la via della salvezza, non è tanto imbracciare la strada della scuola democratica, quanto saper ricreare la dialettica tra le due. E questo è anche il compito di tutti noi, degli intellettuali, degli scrittori e degli storici della letteratura, di chi ha semplicemente a cuore la vita della comunità nazionale di cui, è sempre più evidente, non possiamo fare a meno.