500 anni non sono passati invano

Di Paolo Peluffo

E ringraziamolo davvero, questo comune di Ferrara! Grazie, a nome dei soci della Dante, per la straordinaria mostra “Orlando Furioso 500 anni”, ovvero “Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi?”, sormontata dalla scintillante cornucopia di un Galileo Galilei al confine tra veggenza e conoscenza: “Quando entro nel Furioso, veggo aprirsi una tribuna, una galleria regia, ornata di cento statue antiche de’ più celebri scultori […], di cristalli, d’agate, di lapislazzuli e d’altre gioie, e finalmente ripiena di cose rare, preziose, meravigliose”.

Galilei entra nel Furioso, scrigno magico, caleidoscopio alchemico. E noi abbiamo desiderato entrarvi, modestamente, per fare una breve passeggiata, più che un libro, più che un saggio, con Alberto Casadei, incalzato da una donna-cavaliere come nel romanzo-poema, intervistatrice martellante e infaticabile. Questa passeggiata in un ideale chiostro del Palazzo Firenze è la prima di una serie. Essa rappresenta il tentativo di condurre il mondo della ricerca scientifica e umanistica a divulgare, a spiegare perché vale la pena leggere ancora i classici, studiare ancora quello che per generazioni è stato studiato, come momento della formazione di un italiano degno di questo nome. Perché, questa è la nostra convinzione profonda: ne vale ancora la pena.

Una volta tanto, dobbiamo ammettere che l’anniversario – 500 anni dalla pubblicazione della prima edizione del Furioso – non è passato invano, non è stato una occasione mancata, anzi questa volta è avvenuto a Ferrara qualcosa di memorabile. Tuttavia, prima di passare la parola a Casadei e Noli nel loro duello, vorrei riproporre a noi stessi la domanda: che cosa vedeva Ariosto quando apriva gli occhi?

Per far questo consiglio, soprattutto ai letterati, la lettura di un volume dell’economista Paolo Malanima, L’economia italiana. Dalla crescita medievale alla crescita contemporanea (Il Mulino, 2002) ormai un classico della storia economica. L’Italia all’inizio del 1300 era il Paese più ricco ed evoluto del mondo euro-mediterraneo.

Aveva una popolazione di 12,5 milioni di abitanti. Aveva un reddito pro capite che verrà recuperato circa nel 1960. Sugli italiani del Trecento si abbatte la peste descritta da Boccaccio e una serie senza fine di nuove catastrofiche epidemie: 1360, 1371, 1381, 1388, 1398, 1422. La popolazione italiana scende a 8,5 milioni a metà Quattrocento. Da allora le pestilenze si diradano e la popolazione torna a crescere.

Solo ai tempi della pubblicazione del Furioso gli italiani raggiungono il numero degli abitanti presenti al momento della morte di Dante e superano i 13 milioni. Sembrava dunque un momento di possibile riscatto, di un ritorno di speranza per il futuro. Ma il recupero era stato parziale. Il porto di Genova, che trattava merci per 26 milioni di lire auree nel 1298, era sceso a 4 milioni nel 1510. Un cittadino di Firenze che in media nel 1320 mangiava 38 chili di carne l’anno, ne mangiava 27 nel 1500. Fatto 100 alla produzione agricola del 1400, quella del 1510 era solo 82. Sembra tuttavia che la tendenza fosse alla ripresa, al recupero. Gli occhi di Ariosto erano quelli della speranza, del recupero, della ricostruzione di un mondo perduto che appariva, forse, recuperabile.

E invece, poco dopo la morte di Ariosto, una serie di eventi vulcanici diede il via alla Piccola Era Glaciale, con il crollo delle temperature e l’inizio di tre secoli di carestie che ebbero il loro picco nel 1815.

Riprendiamo dunque in mano il romanzo magnifico di una civiltà che sembrava rinascere, ancora forte di intatte ricchezze (il sacco di Roma accompagna gli ultimi anni di Ariosto) nel tempo di un’epoca moderna che dal punto di vista climatico era la coda di un caldissimo Medioevo dominato dagli italiani. Pensiamo dunque ai tempi in cui venne meno quel primato degli italiani e torniamo a leggere ai nostri figli, pagina per pagina, i classici della nostra cultura.

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