Potremmo dire che questo è un mese "petrarchesco", dato che Francesco Petrarca nacque il 20 luglio (nel 1304 ad Arezzo) e si spense nello stesso mese, tra il 18 e il 19 (nel 1374, ad Arquà). In una lettera del 1374 (contenuta in Epistole e lettere, a c. di G. Auzzas, in Tutte le opere di Giovanni Boccaccio, a c. di V. Branca, vol. 5.1, Milano 1992) e indirizzata a Francesco da Brossano, Giovanni Boccaccio piange la scomparsa del Maestro Francesco Petrarca (“nemo mortalium me magis illi fuit obnoxius”. Ep. XXIV: 1). L'ammirazione intellettuale del certaldese, col tempo, aveva assunto la forma di un rapporto umano cordiale e intimo tra i due poeti. Lo testimonia tra l'altro un'epistola che Boccaccio scrisse a Petrarca nel 1367.

I due dovevano incontrarsi a Venezia, ma poi Petrarca fu richiamato a Pavia. A Venezia, Boccaccio avrebbe comunque incontrato le persone "più care" al Maestro, prima il genero e poi la figlia di Petrarca, con la nipotina Eletta. La piccola gli ricorda la sua compianta figlioletta Violante, mancata all'età di poco più di cinque anni nel 1355. La lunga amicizia tra i due autori è stata oggetto di una bella mostra del 2014, proposta dal Museo Petrarchesco di Trieste col titolo; "Se un solo pane avessi sarei lieto di dividerlo con te". 

Qui→anche il sito de I Parchi Letterari Francesco Petrarca e dei Colli Euganei Francesco Petrarca e dei Colli Euganei di Padova, che appartiene alla rete della Società Dante Alighieri.

Cogliamo l'occasione per ricordare le date di passaggio tra 19 e 20 luglio proponendo la traduzione (libera e realizzata per la Dante Alighieri) di un passaggio della lettera del 1367, fino al punto in cui emerge, accanto alla devozione intellettuale di Boccaccio verso il maestro, anche il lato umano più delicato del loro rapporto, nella descrizione delle due bambine. 


Giovanni Boccaccio a Francesco Petrarca (1367)

Per vedere te, o inclito maestro, il 24 marzo mi misi in viaggio da Certaldo per Venezia, dove tu ti trovavi; ma, arrivato a Firenze, le piogge ininterrotte e le dissuasioni degli amici, col timore dei pericoli del viaggio indicati da molti di quelli che tornavano da Bologna (1), mi trattennero così a lungo che, per mia grandissima disgrazia, tu fosti richiamato e andasti a Pavia.

Avendo udito questo, con dispiacere, quasi mi distolsi dal proposito, e con ottime ragioni; perché, nonostante a Venezia desiderassi vedere anche molte altre cose, non mi sarei messo in viaggio per nessuna di queste. Per non ingannare la speranza di alcuni amici, che avevano affidato alla mia cura un loro arduo affare, e poiché mi spingeva il desiderio perlomeno di vedere due persone che tu ami immensamente e a ragione, Tullia e il suo Francesco (2), che ancora non avevo incontrati, dato che il cielo si era rasserenato, ripresi il viaggio interrotto e, con grande fatica, lo portai a termine; e credo che Francesco ti abbia detto di dove e come, inaspettatamente, ci siamo incontrati. Io, dopo saluti festosi e amichevoli, saputo che eri sano e salvo e molte altre buone cose di te, presi a considerare la sua grande persona, il suo volto disteso, le parole composte e i miti costumi e me ne meravigliai; lieto di vederlo, immediatamente lodai la tua scelta.

Ma quale delle cose da te fatte o dette non loderei? Lasciatolo infine, come doveva essere, allo spuntare del giorno, salii sulla mia barchetta; ed ero appena sceso sul lido veneziano quando ecco che, come se avessi mandato qualcuno ad annunziare il mio arrivo, subito mi si fecero incontro alcuni dei nostri concittadini; mentre ciascuno, data la tua assenza, mi pregava di essere suo ospite, e dopo essermi disimpegnato da loro in generale e dalle loro preghiere così come da quelle del nostro Donato, me ne andai con Francesco Allegri, in compagnia del quale e sempre meravigliosamente da lui onorato, era arrivato da Firenze, in modo che non sembrasse che contraccambiavo l'onore ricevuto dal giovane amico con un dispiacere.

Ti dico questo con tante parole perché tu mi scusi, se quello che mi offri con mirabile generosità per lettera stavolta non l'ho accettato; perché, se anche non ci fosse stato nessun amico ad accogliermi da forestiero, sarei andato in una locanda piuttosto che albergare presso la Tullia mentre il marito era assente. Perché, anche se tu in questo e molti altri frangenti hai conosciuto l'integrità delle mie intenzioni verso le tue cose, non è così per tutti e anzi, a parte la mia buona fede, anche se basterebbero a cancellare molto sospetto il mio capo canuto, l'età avanzata e il corpo ingrassato e impedito, io pensai di evitare ciò, in modo che il falso sospettare di chi pensa sempre al peggio non vedesse orme là dove il piede non si era mai posato: tu sai bene che in cose di questo tipo vale più la falsa fama che la verità.

Dopo di ciò, dopo essermi un po' riposato, andai a salutare la Tullia. Lei, appena mi sentì arrivare, mi venne incontro e, arrossendo molto al vedermi, abbassati gli occhi a terra, mi accolse con un atteggiamento davvero modesto e filiale, cordialmente rispettosa, e mi fece festa. O buon Dio, compresi subito che ti eri raccomandato di ciò e ne dedussi la tua fiducia e mi rallegrai tra me di esserti così caro; ma dopo esserci scambiati, come succede, le notizie del momento nel tuo orticello, alla presenza di alcuni amici, ci mettemmo seduti: qui, con un discorso più sereno e disteso, mi mise a disposizione la casa, i libri e le tue cose, e per quanto poteva riguardarla, sempre fatto salvo il suo riserbo di signora, di questi oggetti mi sarei potuto avvalere.

Allora, nel mezzo di queste offerte e con un passo più modesto di quanto l'età non facesse intuire, ecco arrivare la tua Eletta, mia diletta, e prima che sapesse chi fossi, mi sorrise e guardò; e io non solo lieto, ma con avidità la presi in braccio, perché a prima vista mi diede l'illusione trattarsi della mia povera bambina. Che ti posso dire? Se non credi a me, credi al medico Guglielmo da Ravenna e al nostro Donato, che la conobbero: la tua Eletta assomiglia tale e quale alla mia bambina; lo stesso sorriso, la stessa gioia negli occhi, gli atteggiamenti e l'andatura, e lo stesso portamento nelle due personcine, quantunque la mia fosse più grandicella perché maggiore di età, già che aveva quasi cinque anni e mezzo l'ultima volta che la vidi.

Inoltre, a parte la diversità del dialetto, parlavano usando le stesse parole e con la stessa semplicità. Perché dire tutto questo? Infine le trovai in tutto uguali, se non che la tua è bionda, la mia aveva i capelli castani. Ahimé! quante volte, mentre l'abbracciavo dilettandomim delle sue chiacchiere, il ricordo della bambina che mi è stata tolta mi fece salire le lacrime agli occhi, le quali versai infine sotto forma di sospiro senza che nessuno se ne accorgesse. Puoi dunque capire come io abbia pianto su questa tua Eletta e come fossi triste
(...).



1) il passo della Futa, sull'Appennino, era particolarmente pericoloso in caso di maltempo

2) Tullia e Francesco erano la figlia e il genero di Petrarca. Lei in realtà si chiamava Francesca, ma per un vezzo classicista Boccaccio la chiama "Tullia" come la figlia - omonima - di Cicerone, somigliante al padre nei modi e nei gesti

Fonti: Internet culturale; Biblioteca italiana (testo della lettera in latino); 
AAVVTutte le opere di Giovanni Boccaccio (Mondadori, 1964-1998); Giovanni Boccaccio, Opere in versi - Corbaccio - Trattatello in laude di Dante - Prose latine - Epistole, a cura di Pier Giorgio Ricci (Ricciardi, 1965). Si ringrazia Luca Maria Spagnuolo per il contributo nella ricerca delle fonti. 

 

Valeria Noli