Prefazione [di Paolo Peluffo]

Canto per canto di Aldo Onorati è la prima nave che salpa dal nostro piccolo porto di Palazzo Firenze per affrontare la sfida della divulgazione della cultura italiana classica, componente fondante della nostra identità. Divulgare è un’avventura, ma in fondo anche un dovere, che vorremmo infinito, non finito, e dunque duraturo, una “enciclopedia infinita”, un’azione che non si ferma, in quanto necessaria trasmissione dei dati di generazione in generazione.

Divulgare vuol dire chiedere agli studiosi, agli accademici, agli intellettuali, ai sapienti, al maestri, agli insegnanti di offrire chiavi di lettura per tutti. E dunque i nostri sono, “manuali per tutti” ma senza perdere il contatto con l’alta cultura.

Divulgare non è tradire. Divulgare non è tradurre. È, al contrario, accogliere sulla nave tanti viaggiatori in più. Se noi non sentissimo più il dovere di divulgare, vorrebbe dire che la postdemocrazia, con il suo sottile autoritarismo, ha già vinto, vorrebbe dire che ci siamo già arresi alle identità frammentate, agli individui senza radici, scaraventati come vuole la divisione del lavoro capitalistico; in sintesi, ci saremmo già arresi a vivere in comunità spezzate e rese materia inerte.

Divulgare equivale a tentare di alimentare, rinnovare, le identità nazionali e questo, a sua volta, vuol dire resistere alla deriva oscura, fangosa, degradata del nostro tempo. È dunque una piccola, umile, azione eroica. Noi della Dante cercheremo di dare un contributo a questa opera di resistenza. E lo faremo divertendoci come Aldo Onorati in questo primo manuale che non poteva non essere dantesco, come dantesco è Onorati stesso, il primo dantista che mi abbia convinto che l’autore del gran rifiuto non fosse il povero monaco strappato alla preghiera e fatto papa, Celestino V, ma la gigantesca, sinistra figura di Ponzio Pilato, ovvero il potere romano.

Questa nuova prospettiva di divulgazione, in Italia, l’ha aperta Vittorio Sermonti che ci ha appassionato alla lettura continua della Commedia, con le sue coltissime, ma comprensibili esplicazioni, anch’esse canto per canto. Le generazioni del secolo XXI hanno avuto in Sermonti un percorso alternativo, potente, alto e colto, alla lettura spezzettata e interrotta delle note a piè di pagina della nostra giovinezza.

La Dante ha preceduto questo primo manuale con un’opera mai tentata da altri, ovvero un film di 21 ore di tutta la Divina Commedia: “In viaggio con Dante” di Lamberto Lambertini. Forse è più giusto dire che si tratta di 100 film di 12 minuti ognuno, per ogni canto. Ma il succo è che questi cento film accompagnano la lettura di ogni canto con un viaggio a tappe che si porta, o meglio, ci immerge in un luogo della nostra straordinaria Italia, un’Italia fragile e potente, l’Italia del lavoro degli uomini, delle arti e delle tecniche che stanno scomparendo, ma anche delle grandi opere, monumenti del passato, rovine, infrastrutture, città, treni, navi, macchine, arte contemporanea, luoghi misteriosi e quasi segreti. È una immersione nel fiume Lethe che si restituisce intera la nostra molteplice identità italiana nella sua ricchezza infinita, e nelle sue diffuse imperfezioni.

Leggere finalmente questa breve, ma allo stesso tempo monumentale sinossi critica di Onorati, ci consente di guardare il poema dantesco nel suo insieme, senza la sensazione di perdersi nella sua complessità.

Vedendola completa nei suoi tre cammini successivi, ebbene, la Commedia mi spaventa. Di fronte ad essa resta un senso di sgomento, che però non trae origine soltanto dalla sua grandezza: c’è qualcosa di più forte, di più arcano. Si tratta dell’ombra d’una sconosciuta disarmonia. È lo stesso sgomento che si prova vedendo da lontano, per la prima volta, il profilo isolato di Castel del Monte sulle colline brulle della Murgia. Che cosa è, davvero, Castel del Monte? Che cosa è, davvero, la Commedia? Sono domande più serie di quanto appaia a prima vista, perché continuiamo a non sapere esattamente e completamente che cosa siano questi due giganteschi monumenti. Sappiamo, peraltro, quanto discredito i dantisti abbiano riservato a Gabriele Rossetti e a Giovanni Pascoli per aver indugiato molto sui lati oscuri della Commedia.

Tuttavia è paradossale che l’Italia come nazione nasca da una costruzione di cui ci sfugge il senso compiuto. O forse siamo in presenza di un tratto profondo, strutturale, costitutivo della identità italiana, che è la sua natura tragica, più forte di ogni altro elemento superficiale e che segna la nostra storia nazionale in ogni momento importante. Il carattere tragico di costruzioni come la Commedia è rappresentato dal fatto che esse sono il frutto di un progetto, di una intenzionalità storica che è già morta, distrutta, quando esse nascono. L’idea imperiale di ricostruzione dell’Europa finisce con la catastrofe degli Hohenstaufen e Dante completa la Commedia mentre la tragica fine del Templari segna la fine della repubblica monastico cristiana e la nascita degli stati nazionali e dei comuni. La stessa teologia gerarchica, complessa e dettagliata del teologo Dante appare come il frutto articolato di un’era storica già passata, un’utopia già sconfitta dalla Storia che spingeva, al contrario, verso i modelli pulviscolari, dinamici, delle città e delle nascenti nazioni europee, mercantili, industriali, guelfe, non imperiali. Anche la Commedia, dunque, appare come una di quelle costruzioni di “effimeri infinitamente duraturi”, fantasmi che non scompaiono, che anzi danno origine a un mondo doppio rispetto alla realtà storica. È curioso che gli italiani abbiano scelto come libro identitario proprio un’opera che condanna le caratteristiche fondanti dell’Italia comunale, del suo straordinario sviluppo moderno, della sua stessa ricchezza.

La giustizia cristiana come graduale sentiero di verità iniziatica che giunge alla filosofia somma appare quasi emanazione da un mondo che non si è compiuto, è la luce permanente di un corpo dissolto. Ma quella luce ha generato noi, gli italiani. E qui sta il problema. L’ elemento tragico è dunque a mio parere consustanziale alla nascita degli italiani, che da una parte tendono sempre a confrontarsi con qualcosa di immenso, irrecuperabile o irrealizzabile. Il ricordo della grandezza dell’Impero romano, per esempio; la disperazione per la sua caduta; o il progetto fallito di costruzione dell’impero cristiano, o la nuova religione universale e filosofica che attraversa il Rinascimento e che viene travolta dalla Riforma e dalla reazione cattolica ad essa.

Queste immense ombre, in parte irreali, creano tuttavia realtà, ma si tratta di una realtà tragica per la presenza dell’ignoto, che tende a svilire la realtà presente a un modesto relitto, una rovina di fronte alle cattedrali alla quali saremmo stati destinati.

L’utopia politico-filosofica di Dante, la costruzione federiciana, la ricostruzione classica del Rinascimento, l’architettura platonica palladiana, che si sviluppa in piena Controriforma, lo stesso Risorgimento intriso di nostalgie dell’antichità romana sono manifestazioni nella nostra storia di progetti che vivono una impossibile affermazione integrale ma che, purtuttavia, muovono nel profondo i comportamenti e le aspirazioni degli italiani, condannati a realizzazioni sempre insoddisfacenti.

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