Nato a Noventa Vicentina nel 1975, dopo studi letterari sta concludendo quelli teologico-liturgici. Si occupa di letteratura, teologia e traduzione dall'ebraico biblico e collabora come editor per alcune case editrici. Il suo ultimo libro, I ferri del mestiere, è uscito per Lo Specchio Mondadori nel 2011. Una sua nuova versione del Cantico dei cantici uscirà per Il Saggiatore nel 2015.

Il Paradiso dantesco ha forse smarrito una delle sue caratteristiche principali: essere anche teologicamente coerente con uno dei cardini della fede cristiana, l'incarnazione e la resurrezione della carne. Il famoso motto di Tertulliano, caro salutis cardo, è rintracciabile come segno e figura di salvezza e redenzione anche nell'ultima e più alta cantica dantesca? E in quali modalità? Tali domande vengono affrontate per cenni attraverso una “estetica del rito”, approccio al testo che sembra funzionare grazie alle somiglianze tra strategie rituali e testuali. La "contemporaneità" dantesca sembrerebbe passare attraverso queste strategie che, recuperando il contesto culturale e teologico in cui la Commedia è stata ideata e scritta, ci riportano all'oggi in maniera davvero sorprendente, trovando analogie importanti con le ricerche sulla performance, la liturgia, e con le acquisizioni delle neuroscienze e della teoria della complessità; aprendo prospettive non dualistiche che possono essere utili sia per la teologia sia per l'estetica.

Nata a Modena il 30 aprile 1990, Laurea Magistrale a Bologna in Italianistica, Culture Letterarie Europee, Scienze Linguistiche con una tesi in filologia dantesca: “D’Aristotile e di Plato e di molt’altri”, sulla questione della salvezza dei pagani nella "Commedia”. Nel 750° dalla nascita di Dante, crea su Twitter il progetto #unaterzinaalgiorno

A distanza di poco più di 750 anni, Dante rivela una drastica frammentazione linguistica, al punto che se si volessero calcolare le varianti del volgare italiano, non solo quelle principali ma anche quelle secondarie e sottosecondarie, si conterebbero più di mille loquele (Dve. I x 7). La considerazione di una tale varietà linguistica, accresciuta dall’osservazione diretta nel periodo dell’esilio, portano il poeta a definire il principio della continua e perpetua variazione delle lingue nel tempo (un concetto che per quanto sembri moderno vantava in realtà diversi precedenti, da Orazio a Restoro d’Arezzo). Dante traccia la prima carta linguistica dell’Italia, cogliendo con acuta sensibilità i tratti caratteristici di ogni parlata dialettale e fornendo di volta in volta veri e propri exempla. Con l’intento di cercare il volgare italiano che possa eleggersi a lingua comune, Dante inizia la rassegna dei volgari municipali, cominciando con l’eliminare dalla italica silva le peggiori parlate, paragonate a erbacce e rovi da estirpare.