L’attualità di Dante, per me, è un’ovvietà. In tutti questi anni di lavoro da giornalista l’ho sempre visto come un grandissimo cronista. È un paradosso, ma lui riesce a raccontare dettagli pazzeschi in pochissimo spazio letterario e questo è un miracolo che ancora ci sorprende. Naturalmente lascio la questione letteraria agli specialisti. Quel che posso dire è che Dante è certamente un nostro contemporaneo - lo dimostrano le moltissime riletture, quella di Sermonti e quella di Benigni per esempio – che continua a mostrarci qual è l’identità italiana nel senso più alto e moderno del termine. Dante, per paradosso, ha un grandissimo futuro davanti a sé e sarà l’uomo che ci accompagnerà ancora nei prossimi secoli per capire cosa sia l’Italia, la lingua italiane e l’italianità.

Dante, sotto certi aspetti, è il tipico intellettuale del suo tempo: ferrato in filosofia e teologia ma scarsamente preparato sulla matematica e le scienze. Sarà per questo che nella Divina Commedia sono citati solo due teoremi matematici: il primo è quello che afferma che la somma degli angoli di un triangolo è di 180 gradi (“veggion le terrene menti non capere in triangol due ottusi'”) e il secondo quello per il quale il triangolo iscritto in una semi-circonferenza che ha un lato coincidente con il diametro è un triangolo rettangolo (ovvero “del mezzo cerchio far non si puote triangol sì che un retto non avesse”).

Ragionamento a parte merita la precisione con cui il poeta descrive il cono costituito dall'Inferno, il corrispondente del Purgatorio e una sorta di primordiale “ipersfera”, figura quadridimensionale sconosciuta alla sua epoca, con cui Dante descrive il reame celeste e quello terreno. È questa la parte di poema che gli valse l'attenzione di Galileo Galilei, il quale tenne due lezioni su questo tema.

Quel che era destinata a rimanere costante, dall’Ottocento in avanti, era invece la fortuna del mito di Dante: di questo aveva scritto profeticamente – facile profezia, occorre dire – lo stesso Carducci nei versi finali di Per il monumento di Dante a Trento. XIII sett. MCCCXXI: «Così di tempi e genti in vario assalto / Dante si spazia da ben cinquecento / Anni de l’Alpi sul tremendo spalto. // Ed or s’è fermo, e par ch’aspetti, a Trento».

Dante, per Manganelli, non era altro che «il classico degli enigmi»: “Ed ora penso a Dante, il classico degli enigmi, alla sua opera ricoperta da una secolare incrostazione di chiose, note, note alle note; indispensabili, si sa, ma inutili, perché Dante è il poeta enigma, lo è consapevolmente”

Nato il 29 Novembre 1990 a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, è iscritto al CDLM Medicina e Chirurgia. Tra i banchi di scuola sviluppa una passione per il Sommo Poeta e compone il seguente articolo sul Purgatorio dantesco, attualmente inedito.

Nella seconda cornice, quella dove “Ombra non lì è né segno che si paia”, regna la solitudine. Virgilio si volta verso destra, guarda il sole e gli chiede, con tono imperativo: “tu ne conduci”. Sta parlando al Sole come allegoria della Grazia divina o all’astro? Se fosse vera solo la prima ipotesi significherebbe che ci sono casi in cui la Grazia divina non deve essere considerata la nostra guida. L’articolo propone una rassegna delle posizioni dei diversi commentatori sul ruolo del Sole in questo passaggio del Purgatorio dantesco. Le anime purganti danno ai due viandanti delle vere e proprie “indicazioni stradali”.