Nonostante sia un autore molto noto, di Dante abbiamo poche notizie biografiche, in gran parte ricavate dalle sue stesse opere. L’esiguità di tali informazioni, così come una scrittura (parliamo della Commedia), basata “sul non detto, sullo scorciamento, basata sull’allusione”, “lascia al buio il lettore molte volte” ed è affine al nostro modo di concepire l’opera d’arte, assegnando valore al non detto. La modernità di Dante risiede dunque nei contenuti e nel tipo di scrittura, in qualche modo simile a quella dell’Ulisse di Joyce, “un testo che ha fondato la modernità”. Ma – dice Santagata – “non mi piace l’idea di attualizzarli come spesso si tende a fare: Dante contro lo strapotere della finanza, del fiorino e del denaro”. L’epoca di Dante era molto diversa dalla nostra. Perché è così amato a livello internazionale? Non è amato ovunque allo stesso modo, la sua popolarità “varia molto da zona a zona, da cultura a cultura […] ogni contesto culturale ha le sue motivazioni”.

"Dante è la prima avanguardia italiana, da lui parte una tendenza divergente che arriva fino ai giorni nostri”. Il professor Francesco Muzzioli, esperto di Teoria della Letteratura ed autore di numerosi studi sulle scritture d’avanguardia, parte da questa affermazione per chiarire l’importanza che Dante ha avuto nella poesia novecentesca: "la linea dantesca si prolunga con le scritture anticlassiche, irregolari, eccedenti, come modello di un linguaggio estremamente dinamico, plurilingue e animato da più registri, una poesia che non rifugge ma cerca l’inserimento di temi che apparentemente non sono lirici, accogliendo nel suo corpo il discorso della politicità e della polemica: tutto questo ci porta fino agli autori di primo Novecento. Lì c’è una presenza di Dante non solo in d’Annunzio e Pascoli, ma soprattutto in Gozzano, in Rebora, in Campana e, per arrivare fino alle scritture più recenti, ancora nell’ambito della neoavanguardia in un autore come Edoardo Sanguineti. […] Ancora oggi, a chi non volesse rassegnarsi nell’alveo di generi stereotipati, la lezione di Dante, autore di un grande poema in buona sostanza narrativo, direi che rimane assolutamente imprescindibile".

L’attualità di Dante, per me, è un’ovvietà. In tutti questi anni di lavoro da giornalista l’ho sempre visto come un grandissimo cronista. È un paradosso, ma lui riesce a raccontare dettagli pazzeschi in pochissimo spazio letterario e questo è un miracolo che ancora ci sorprende. Naturalmente lascio la questione letteraria agli specialisti. Quel che posso dire è che Dante è certamente un nostro contemporaneo - lo dimostrano le moltissime riletture, quella di Sermonti e quella di Benigni per esempio – che continua a mostrarci qual è l’identità italiana nel senso più alto e moderno del termine. Dante, per paradosso, ha un grandissimo futuro davanti a sé e sarà l’uomo che ci accompagnerà ancora nei prossimi secoli per capire cosa sia l’Italia, la lingua italiane e l’italianità.

Dante, sotto certi aspetti, è il tipico intellettuale del suo tempo: ferrato in filosofia e teologia ma scarsamente preparato sulla matematica e le scienze. Sarà per questo che nella Divina Commedia sono citati solo due teoremi matematici: il primo è quello che afferma che la somma degli angoli di un triangolo è di 180 gradi (“veggion le terrene menti non capere in triangol due ottusi'”) e il secondo quello per il quale il triangolo iscritto in una semi-circonferenza che ha un lato coincidente con il diametro è un triangolo rettangolo (ovvero “del mezzo cerchio far non si puote triangol sì che un retto non avesse”).

Ragionamento a parte merita la precisione con cui il poeta descrive il cono costituito dall'Inferno, il corrispondente del Purgatorio e una sorta di primordiale “ipersfera”, figura quadridimensionale sconosciuta alla sua epoca, con cui Dante descrive il reame celeste e quello terreno. È questa la parte di poema che gli valse l'attenzione di Galileo Galilei, il quale tenne due lezioni su questo tema.

Quel che era destinata a rimanere costante, dall’Ottocento in avanti, era invece la fortuna del mito di Dante: di questo aveva scritto profeticamente – facile profezia, occorre dire – lo stesso Carducci nei versi finali di Per il monumento di Dante a Trento. XIII sett. MCCCXXI: «Così di tempi e genti in vario assalto / Dante si spazia da ben cinquecento / Anni de l’Alpi sul tremendo spalto. // Ed or s’è fermo, e par ch’aspetti, a Trento».