Davide Colussi è professore di Linguistica Italiana all'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Nel 2001 ha conseguito un dottorato di ricerca sulla lingua e lo stile di Benedetto Croce presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Padova. Nel 2007 ha pubblicato il volume "Tra grammatica e logica. Saggio sulla lingua di Benedetto Croce" (Fabrizio Serra editore), analisi compiuta della lingua crociana, condotta spogliando sistematicamente dieci opere di Croce e analizzando le varianti formali e le revisioni concettuali presenti nelle diverse edizioni.

1. Nel suo volume del 2007 “Tra grammatica e logica. Saggio sulla lingua di Benedetto Croce” lei ha studiato lo stile e la lingua di Benedetto Croce, analizzando le varianti formali e le revisioni concettuali presenti nelle diverse edizioni dei suoi testi. Focalizzandosi sull’ “Estetica”, dal 1908 si nota come Croce dia avvio ad una correzione scrupolosissima del testo, approfondendo anche aspetti relativi alla tecnica editoriale. Secondo lei quali sono le motivazioni alla base di questo lavoro di riscrittura continua?


La terza edizione dell’Estetica, quella del 1908, è la prima ristampa in cui vediamo Croce intervenire in modo complessivo sull’assetto formale di una sua opera. È vero che questo accade in corrispondenza di un’intensa revisione concettuale del trattato, di cui subito si rese conto al tempo Gentile, ma è vero anche che le correzioni linguistiche non riguardano se non in minima parte la terminologia concettuale. Questo dato dunque di per sé è già molto significativo perché ci indica che è in questo torno di anni che è sopraggiunto in Croce un più spiccato interesse per le scelte linguistiche che viene operando. Sono gli anni in cui Croce elabora il sistema della Filosofia dello spirito e scrive quasi simultaneamente Logica e Filosofia della pratica. Quindi è chiaro che l’esigenza di aggiornare la lingua dell’Estetica a quella delle due nuove parti del sistema risulta strettamente legata all’esigenza teorica di organizzare un proprio sistema. Le varianti linguistiche crociane hanno per l’appunto un costante tratto di sistematicità: se qualcosa muta da qualche parte, se una forma viene surrogata da un’altra forma, allora questo cambiamento dovrà essere applicato a tappeto nell’insieme dell’opera crociana. In questa esigenza – ma solo in questa – il Croce correttore assomiglia a Manzoni. Questo poi è confermato dalle varianti operate nelle seconde edizioni di Logica e Filosofia della pratica, edite fra ’15 e ’17, che sono ancora più interessanti e numerose (come si vede già dal fatto che occupano quasi da sole un tomo delle rispettive edizioni critiche uscite da Bibliopolis nel seno dell’Edizione nazionale crociana) ma conservano questo preciso tratto di coerenza e sistematicità. Per tornare agli anni della terza Estetica e delle prime edizioni di Logica e Filosofia della pratica: leggendo una pagina della Logica ci rendiamo conto di primo acchito di un altro fatto, ovvero che siamo di fronte a uno scrittore diverso rispetto a quello dell’Estetica, uno scrittore concettualmente più complesso e stilisticamente più ricco e vario, più sottile nell’argomentazione polemica e linguisticamente inventivo, cosa che il Croce precedente non era affatto. Ora questa nuova ricchezza linguistica della prosa crociana ha secondo me a che fare con l’esperienza di traduzione dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio di Hegel, a stampa nel 1906, come provano alcuni vocaboli direttamente trapiantati nella prosa crociana e molti altri ricalcati su quelli hegeliani: fare i conti con la prosa hegeliana rivitalizza nel profondo quella crociana.

2. Nella scelta delle varianti lei ha notato in Croce una certa tendenza arcaizzante. Quali sono secondo lei i motivi alla base di questi interventi anti-moderni?

Quando constatiamo che la prosa crociana abbonda, sia nella fonomorfologia sia nel lessico (molto meno nella sintassi), di elementi che appartengono alla tradizione letteraria e oggi sono banditi dall’italiano corrente siamo tentati di supporre che si tratti semplicemente di un repertorio di forme che Croce adopera in modo irriflesso o potremmo dire inerziale: cioè per ovvia continuità con usi ancora persistenti in una fase storica che pure è di forte rinnovamento dell’italiano come quella fra Otto e Novecento. Tanto più che se c’è una prosa che nel secondo Ottocento sembra resistere più strenuamente alle innovazioni, questa è la prosa saggistica, come si vede bene sia se prendiamo in considerazione la prosa filosofica – poniamo – degli hegelisti napoletani sia quella critico-letteraria della Scuola storica, per non parlare di un padre della moderna linguistica e glottologia come Graziadio Isaia Ascoli. Tuttavia nel caso di Croce le cose non stanno così, e questo ci viene indicato in modo non equivocabile dallo studio delle varianti operate da Croce sulle ristampe delle proprie opere. Gianfranco Contini ha parlato, riferendosi alla lingua crociana, della «deliziosa polverosità d’un classico, non più recente del prosatore Leopardi al massimo». Ma il punto è che la grandissima parte delle forme che conferiscono questo effetto di patina letteraria o questa «polverosità» e che al nostro orecchio di lettori odierni di Croce suonano sue proprie caratteristiche, da formola a contradizione con una sola -d-, da cagione a guisa, da dipoi alla preposizione mercé con il significato di ‘per mezzo di’ e molte altre, sono tutte forme instaurate a spese di quelle oggi correnti (rispettivamente: formula, contraddizione, causa, modo, dopo, mediante), che circolavano invece senza problemi nelle prime opere di Croce. Quindi in queste scelte non c’è nulla di passivo: sono ricercate consapevolmente. In generale questo si spiega con il prevalere nel corso del tempo di un sentimento di avversione alla contemporaneità e alla modernità, da cui Croce vuole prendere anche in questo modo le distanze. In alcuni casi specifici poi sarà da mettere in conto anche un senso di continuità e quasi di dialogo con scrittori che Croce amava fortemente come Vico e De Sanctis. Su questa antimodernità della lingua crociana vanno però fatte due precisazioni: la prima è che nelle scelte crociane non c’è spazio per nessun tipo di preziosismo linguistico, sintomo di decadenza che viene invece a più riprese deriso in D’Annunzio; la seconda è che, a fronte di queste scelte che incrementano la letterarietà della prosa crociana, noi contiamo centinaia di parole non attestate prima dell’uso crociano (molte sono recepite dai grandi vocabolari della lingua italiana, ma non tutte). Dunque l’atteggiamento di Croce non è in alcun modo omologabile al purismo; vale piuttosto, voltata per la prosa, l’osservazione avanzata una volta da Croce, nella prefazione ai Saggi sulla forma poetica italiana nell’Ottocento di Cesare De Lollis, sul «valore che spetta alla tradizione nella storia della poesia, l’impossibilità di spezzarla o di saltarvi sopra, la necessità di conservarla sempre, innovando sempre». Potremmo dire che la lingua di Croce, una volta giunta nella sua fase di maturità, conserva sempre e innova sempre.

3. Le varianti sono senza dubbio anche il segno dell’importanza che Croce riservava alla lingua, vero e proprio veicolo del pensiero umano. Secondo lei, dunque, la progressiva storicizzazione del testo è segno anche di una progressiva storicizzazione del pensiero?

Questo è senz’altro vero, e non solo per Croce. La storicizzazione del testo – se con ciò si intende il sentimento di una distanza avvertita dall’autore fra il proprio sé presente e l’opera – riflette necessariamente una storicizzazione del pensiero. Nel caso di Croce questo problema va visto, secondo me, sotto due aspetti diversi. Il primo aspetto è che Croce non tenta mai veramente di riformare profondamente sul piano teorico le proprie opere, con l’eccezione parziale – come si diceva – dell’Estetica, la pietra angolare su cui storicamente si fonda il sistema ma appunto per ciò anche la più antica e logora. Quando Croce perviene nel tempo a soluzioni diverse e a revisioni concettuali, queste sono semplicemente affidate a nuove opere che sullo scaffale si affiancano a quelle precedenti. Né Croce teme di ristampare, dotandoli di premesse che ne documentano opportunamente la distanza e la divergenza dalle attuali posizioni dell’autore, studi appartenenti a fasi ormai esaurite del proprio lavoro, come nel caso dei Primi saggi estetici, dove la storia viene ricondotta sotto la categoria generale dell’arte, o dei saggi di Materialismo storico ed economia marxistica. Il secondo aspetto è quello variantistico, di cui si è già detto, che mette in luce invece l’interesse crescente a una forte compattezza linguistica dell’opera crociana nel suo complesso. È come se il linguaggio si conformasse a un’immagine molto cara a Croce: quella del «circolo», che tiene insieme e racchiude le attività dello spirito e allo stesso modo i differenti ambiti d’esercizio della sua riflessione e scrittura. Una prova di ciò sta nel fatto che i momenti di più acuta attenzione per l’assetto linguistico delle opere coincidono con quelli di sistemazione e revisione complessiva: negli anni ’15-17, quando il sistema della Filosofia dello spirito viene compiuto, ma anche in epoca tarda, quando si registrano ancora correzioni – meno numerose ma ugualmente sistematiche –, in corrispondenza con una fase di complessivo ripensamento critico. Questo mi porta a pensare che di fronte alle spinte disgreganti che mettono nel tempo alla prova il sistema, il piano linguistico valga per Croce, in modo anche dimostrativo e volontaristico, da punto di resistenza o da surrogato di un’organicità concettuale che l’autore avverte sempre più minata da potenti contraddizioni. Nel mio lavoro di analisi linguistica mi spingo a dire che da questo punto di vista la lingua crociana, posta intenzionalmente a difesa della totalità, sembra quasi un corrispettivo o una sorta di emanazione dell’«attività morale», che nel tardo Croce «fronteggia e combatte il male in tutte le sue forme e gradazioni» e garantisce l’unità dello spirito.


4. Oltre ad essere un grande filosofo, dunque, Croce è stato sicuramente un grande scrittore, capace di creare, nella storia della lingua del’900, un modello di stile alternativo rispetto a quello toscaneggiante caro a Manzoni. Quali sono stati, secondo lei, i suoi grandi modelli di riferimento?


Questa è una domanda cui è difficile rispondere. In generale non mi sembra che si possano additare precisi modelli di riferimento per lo stile crociano. Di certo non lo furono, per cominciare dai dintorni familiari, i cugini del padre, i fratelli Bertrando e Silvio Spaventa. Forse in qualcosa – chissà? – Croce resterà debitore dello «stile disinvolto» dei giornali letterari di secondo Ottocento, e in particolare del «Fanfulla della domenica» diretto da Ferdinando Martini, del quale nel Contributo alla critica di me stesso viene dichiarata l’influenza in età giovanile. Ma il punto vero è che Croce non assomiglia stilisticamente a nessuno dei suoi autori prediletti, di cui nel tempo fu anche editore. Né a Labriola, che in una determinata fase della vita e degli studi di Croce svolse un ruolo centrale, né a De Sanctis, né tantomeno a Vico. Anzi, è molto interessante che Croce in più di un’occasione abbia riconosciuto manchevolezze e oscurità espressive o incertezze terminologiche in tutti questi scrittori che gli sono carissimi. Questa insistenza tradisce la consapevolezza di un problema molto spinoso per Croce: si tratta di grandi pensatori che però «scrivono male», cioè scrittori in cui l’esito espressivo, in un modo o nell’altro, non riflette pienamente la potenza dell’intuizione o della concezione. Sta qui condensata quella che per il Croce teorico è poco meno di un’aporia. E ha qui, secondo me, il suo fondamento l’esigenza fortissima in Croce di un’espressione quanto più è possibile nitida: in modo da non incorrere nei vizi espressivi dei propri modelli e nel contempo di rendere loro pienamente giustizia, chiarificando con la propria opera di studioso quanto nella loro elaborazione rimaneva oscuro o mal detto. Svicolando un po’ dalla domanda, si può poi aggiungere che in un certo senso un modello retorico-sintattico per la prosa crociana si ritrova in un poeta amato da Croce come Ariosto. Nel saggio ariostesco del ’17, uno dei più penetranti che il Croce critico letterario abbia scritto, si osserva fra le altre cose che l’armonia che vige sui personaggi e sulle vicende dell’Orlando furioso trova un suo perfetto corrispettivo formale nel metro dell’ottava: è attraverso l’ottava che l’occhio di Ariosto riesce a tenere insieme e dominare tutti i motivi narrativi del poema. Ebbene, se noi prendiamo dallo scaffale un libro di Croce e lo apriamo ad un punto a caso, ci accorgiamo che la pagina di Croce è costituita da blocchi sintattici ampi, mai brevi, di lunghezza pressappoco conforme, un po’ come le ottave dei poemi cavallereschi (è un’analogia osservata già da Pier Vincenzo Mengaldo). È come se l’autore insomma procedesse con un passo costante, senza strappi, facilitando così il lettore. E se poi concentriamo la nostra attenzione sulla struttura interna dei periodi crociani, vediamo che questi periodi possono essere ora più ora meno complicati ma tendono sempre a organizzare i loro elementi in elenchi o serie. Croce ottiene così l’effetto di farci capire chiaramente – già attraverso l’organizzazione sintattica in elenchi – che cosa dobbiamo pensare dei fenomeni o dei fatti storici di cui ci sta parlando, di quale categoria più vasta dobbiamo ritenerli una manifestazione, un po’ come le tante vicende viste e considerate tutte contemporaneamente – potremmo dire sinotticamente –, senza che nessuna gli sfugga, dall’occhio ariostesco.


5. Chiudiamo con una citazione del compianto Umberto Eco, che sullo stile crociano scriveva: “Croce è scrittore travolgente. Il ritmo, il dosaggio di sarcasmo e riconciliata riflessione, la perfezione tornita del periodo, rendono persuasiva qualunque cosa egli pensi e dica”. In un momento storico nel quale la lingua e lo stile sembrano essere passati in secondo piano rispetto al messaggio da veicolare, Croce può ancora rappresentare un modello linguistico e retorico a cui ispirarsi?


Nelle singole scelte lessicali, per le ragioni che dicevo prima, Croce ci appare un modello linguistico certo superato. Tuttavia lo stile crociano dimostra ancora oggi una tenuta sorprendente, al punto che molta della prosa critica primonovecentesca – non esclusa quella espressamente anticrociana – sembra, un po’ paradossalmente, “invecchiata” più precipitosamente di quella di Croce. Questo significa che sotto la patina primottocentesca del lessico scorre una sintassi moderna e funzionale, priva di quelle inutili complicazioni e di quei compiacimenti che oggi ci infastidiscono persino in un gigante come Contini. La lezione ancora attuale che ci viene dallo stile crociano consiste insomma in questo sforzo di pervenire a una formulazione chiara. La nettezza e la limpidezza dell’esposizione sono un obbligo che Croce deve assolvere nei confronti della sua propria teoria estetica e nello stesso tempo un servigio reso al lettore di ogni tempo.