Il discorso del Presidente Andrea Riccardi all'82° Congresso internazionale della Dante

Cari delegati dell'Associazione Dante Alighieri,

questo è per me, come presidente, il primo congresso internazionale della Dante Alighieri, l'ottantaduesimo della nostra lunga storia. Lo affronto con emozione, consapevole che siamo in un delicato momento di passaggio della storia della nostra Associazione, ma anche della collocazione del nostro Paese nel quadro dei flussi e del cambiamento del mondo globale. Perché il nostro futuro dipende da come ci collochiamo tra l'Italia e il mondo.

La scelta della contemporaneità del congresso con l'Expo, che si è rivelata un vero successo per l'Italia e per la nostra capacità di creare eventi internazionali e di portare in Italia nel mondo (nonostante i pessimismi e i ritardi), vuole significare la nostra sintonia con questo processo di crescita del Paese. Mi sono permesso appena di integrare con qualche cambiamento il programma già delineato -come era il congresso- prima della mia presidenza. L'ho fatto nel titolo che ho voluto sintonico con l'Expo: "Alimentare la presenza dell'Italia nel pianeta". Infatti si tratta -proprio attraverso l'offerta della lingua- di alimentare della nostra storia e della nostra identità, una presenza che esiste nel mondo. Non ci sarà allargamento della presenza dell'Italia nel mondo se non si riveste anche di italiano. Il rilancio dell'italiano è un passo decisivo per internazionalizzare l'Italia ma anche colorare di italiano e Italia il nostro mondo.

La lingua può dare alimento a tale presenza e creare, d'altra parte, una domanda d'Italia nel mondo. Mi colpisce sempre come le nostre imprese all'estero, a differenza di quelle di qualche altro paese, dimettano spesso e subito la lingua italiana. Dobbiamo lavorare perché si comprenda di più e meglio come l'italiano e l'Italia stanno insieme, avanzano insieme o insieme regrediscono. La lingua porta con sé il colore, il sapore e la realtà del nostro paese.

Questo congresso era stato progettato e voluto a Milano dal presidente, ambasciatore Bruno Bottai, con la collaborazione del nostro segretario generale dottor Alessandro Masi, che colgo l'occasione di ringraziare per la sua collaborazione che ha significato molto nel mio recente inserimento nella società. Bruno Bottai, che ho conosciuto bene come ambasciatore, segretario generale della Farnesina (e dalle cui mani ho ricevuto, a nome della Comunità di Sant'Egidio, il prestigioso Premio Balzan per la cura dell'AIDS in Africa, il Programma Dream), è stato presidente della nostra Associazione per quasi vent'anni, dal 1995 fino alla sua morte nel 2014. Una lunga e bella presidenza, che ricordo con stima convinta e affetto personale, che credo condiviso da voi tutti.

Voglio esprimere la nostra gratitudine per la sua opera costruttiva di guida della Dante, che lui ha ricevuto in eredità quando giaceva tranquilla e sostentata tra le braccia dello Stato e ha avviato a un suo faticoso ma reale profilo autonomo. Sempre tenendo presente due principi: la connessione tra la politica internazionale e la Dante, il senso orgoglioso e patriottico -tale era il nostro Presidente Bottai, un servitore dello Stato- del valore della lingua e della cultura italiana. Nel mese di novembre, a Roma, a Palazzo Firenze, terremo una giornata di ricordo in cui tratteggeremo la figura dell'ambasciatore nei molti aspetti della sua personalità: dalla sua storia di fascismo familiare (come scriveva), al suo lavoro di grande diplomatico, a presidente della Dante e tant'altro.

Colgo l'occasione per ringraziare il dott. Gianni Letta che, generosamente, si è assunto l'onere della presidenza interinale. Sono molto grato a tutti i presenti, specie coloro che hanno affrontato un viaggio lungo per essere qui e partecipare a questo congresso. Ritengo questo un congresso importante -siamo nel 750° anniversario della nascita di Dante- ma anche un congresso di crescita verso il futuro. Avremo una tavola rotonda di grande interesse e qualificati interventi, aperta dal nostro vicepresidente Luca Serianni sul 750° anniversario. Non posso dimenticare come il comitato scientifico abbia contribuito all'orientamento del nostro lavoro.

Non ci nascondiamo, cari amici, di aver davanti il problema del futuro della nostra Dante Alighieri. Non si può non ripensare una realtà quando ha una storia così lunga: dal 1889, una nascita in un'Italia appena unita, che si affacciava nel mondo, che vedeva i suoi italiani allontanarsi dalla penisola, che si voleva dotare di uno strumento per affrontare gli orizzonti universali... ad oggi.
Cambia il mondo e, con esso, cambiano le domande e le sfide. Con esse deve arricchirsi anche la forma associativa. Per questo oggi pomeriggio, con l'aiuto di qualificati esperti italiani e non, affronteremo il problema dell'Italia sugli scenari globali, guidata dal nostro vicepresidente Paolo Peluffo, che sta dando un contributo decisivo alla riorganizzaione della nostra Società.

Bisogna avere il coraggio di cambiare, perché tanto è cambiato attorno a noi. Questo riguarda ogni comitato, come tocca a noi della Presidenza. Perché è cambiato il rapporto con lo Stato, che, fino a ieri, considerava la Dante come un'istituzione da sostenere direttamente e quasi integralmente, tanto da concedergli in comodato uno splendido palazzo nel cuore storico di Roma, l'antica sede dell'ambasciata fiorentina presso i papi, e da offrire un contributo che è stato gravemente decurtato nel 2013 dell'80%. Noi oggi, con la nostra storia, navighiamo senza doti precostituite, nel mare globale: dobbiamo scegliere la direzione giusta, cercare le risorse, prendere le nostre responsabilità.

Sono cambiate anche le domande e le condizioni attorno a noi. Questo è l'aspetto più interessante. Ci confrontiamo oggi con un mondo largo, molteplice, mentre ci raggiunge, fin dalle nostre città un marcato pluralismo linguistico. Che spazio hanno ancora l'italiano e la cultura in italiano del nostro mondo che parla inglese e che comunica al plurale? L'italiano resterà solo la lingua della nostra heimat, come i tedeschi chiamano la piccola patria o la terra natia, e basta? Insomma una lingua del privato, del nostro, del familiare. Oppure questo italiano ha un contributo da dare perché il mondo resti plurale nelle sue lingue e nelle sue culture, senza appiattimenti o banalizzazioni? Sarà l'italiano una lingua tentata dall'universale, elegante e non maggioritaria, ma senza confini?

Infatti la lingua è la chiave d'ingresso che ci porta al cuore dell'identità italiana, del mondo italiano, del suo calore e bellezza, ma anche della sua profondità storica e della sua ricchezza artistica. E' uno dei motivi per cui l'italiano piace, non solo per una sua relativa utilità, ma per una sua sostanziale bellezza e per la bellezza del mondo a cui apre.
Queste sono le domande. Quale futuro della nostra lingua? Non c'è una risposta scontata: non una retorica patriottica, né tantomeno trincerarsi dietro allo slogan dell'italiano come quarta lingua richiesta per lo studio nel mondo. Alla domanda sulla crescita, sulla vitalità dell'italiano, si risponde con passione e lavoro, accentando la sfida. Ma bisogna adeguarsi a vivere la sfida non solo a parole, anche se le parole sono importanti.

Bisogna parlare italiano, produrre cultura in italiano, fare cose attrattive e belle in italiano, far apprendere l'italiano, insegnarlo in modalità all'altezza dei tempi. Perché -mi pare- nel mondo l'italiano non si impone di per sé (se non nel caso dei nostri connazionali desiderosi di mantenere la loro identità) quasi come una necessità: non è lo studio dell'inglese. L'italiano s'impone come attrazione sua propria: attrazione per chi vuole andare nel cuore della cultura, dell'arte, della musica, della storia, del savoir vivre del nostro Paese.

Per questo l'offerta della nostra lingua deve essere competitiva e attrattiva: così dobbiamo incrementare (alimentare, vorrei dire) i nostri 163.769 soci studenti in 9.945 corsi e 500 scuole gestite dai comitati. L’impegno della Dante è anche nelle certificazioni di lingua che vanno sotto l’acronimo di PLIDA: oggi in 68 paesi abbiamo 323 centri certificatori, non tutti della nostra rete con oltre 10.000 i certificati annui emessi. Non è solo un dato quantitativo; ma anche una storia, che oggi sta portando frutti qualitativi importanti, con il coinvolgimento di un comitato scientifico con professionisti di primissimo livello che collaborano gratuitamente.

La presenza dell'italiano è una sfida sugli scenari del mondo, come sanno i nostri delegati. Attraverso il gruppo di specialisti del PLIDA, stiamo attrezzando strumenti di incremento, tutoraggio, rafforzamento del livello dei nostri insegnanti d'italiano nel mondo. L'insegnamento dell'italiano si deve imporre, deve attrarre per qualità e per bellezza. La Dante è l’unica in Italia a disporre di un sillabo, ADA, per la predisposizione dei contenuti dei percorsi di apprendimento dell’italiano secondo il quadro europeo di riferimento, rilevante per la domanda di italiano dall’estero e per l’integrazione di ragazzi di origini non italiane. I docenti infatti ci stanno a cuore: vediamo con molto interesse la definizione di un ruolo di insegnanti di italiano per stranieri (cosiddetti L2/LS) con un percorso di certificazione delle competenze.

Stiamo attrezzando strumenti d'incremento, tutoraggio, rafforzamento del livello dei nostri insegnanti d'italiano nel mondo. L'insegnamento dell'italiano si deve imporre, deve attrarre per qualità e per bellezza.

Vorremmo investire di più su questi aspetti. Non vi nascondiamo che non è facile, come struttura centrale, perché ci stiamo sottoponendo a una severa spending review, come tante istituzioni italiane (al che non mi posso sottrarre io ex ministro del governo Monti). Se qualcosa vi è venuto a mancare, non è stato per nostra disattenzione, ma per necessità. Abbiamo un problema di reperimento di risorse, ma non siamo pessimisti e non dominati solo da un problema finanziario. Sono convinto che se ci sono idee, energie, entusiasmo, ci saranno anche risorse, perché verranno attratte. Dico chiaramente che vogliamo chiedere alle autorità del nostro Paese quanto abbiamo intenzione di investire sulla lingua, perché la nostra non è un'impresa privatistica, anche se è volontaria e non vuole avere una mentalità da paraStato. L'italiano nel mondo è un'impresa che vale per il sistema paese. Per questo la Dante ha bisogno di vivere con un livello adeguato di risorse.

Le scuole sono decisive nella nostra azione di comunicare, insegnare, educare all'italiano. In Italia -ed è esperienza da non molti anni- siamo divenuti una realtà d'insegnamento dell'italiano ai non italiani, spesso studenti nel paese o immigrati o rifugiati. La Dante non solo è un'istituzione di conservazione della lingua e dell'identità, ma anche uno strumento d'integrazione. La lingua è il veicolo dell'integrazione. Abbiamo preso contatti con il Dipartimento per le libertà civili del Ministero dell'Interno, per collocare la nostra associazione in questo quadro: l'italiano per integrare. Perché l'integrazione è una grande sfida che l'Italia e i paesi europei debbono accettare non nella logica dell'emergenza migrazione (così miope) ma permettetemi di dire nella visione dei grandi paesi nordamericani e sudamericani, che considerano gli arrivi degli "altri" una ricchezza.

Tornando alla Dante. Noi non siamo solo un'organizzazione di scuole. Come non è mai una vera scuola, solo scuola, ma anche cultura: lo dico come uomo d'Università e di studio da più di quarant'anni. Essere solo una scuola non basterebbe a evitare la banalizzazione dell'italiano, una lingua che, poveramente usata e malamente insegnata, si appiattisce, perde profondità letterarie che le sono connaturali. Noi non siamo solo una scuola. Né però un centro di studi e ricerche su Dante o un'accademia. Vogliamo -è nella nostra vocazione- realizzare il legame tra la cultura e letteratura italiana, la profondità poetico-letteraria dell'italiano, dello scrivere e del dire italiano con l'insegnamento e la comunicazione.

In questo ci sorreggere il nome di Dante Alighieri, non perché accademia di studi danteschi, ma perché l'ispirazione del fondatore della nostra lingua -posso dire così?- mostra come una lingua varia, ricca, comunicativa, polifonica, capace di sintesi tra stili, possa non solo comunicare in modo piatto, ma creare: sì creare identità, cultura, quell'identità culturale che ha espresso la nazione prima dello Stato e che -credo in tempi di globalizzazione- rappresenterà la "sovranità" vera nel mondo senza confini. La lingua val più di una frontiera per difendere la nostra identità.
Ma la lingua senza cultura diventa solo un arnese. Noi della Dante lo sappiamo e vogliamo essere un ponte tra cultura alta e comunicazione e insegnamento. Questo vuol dire evitare l'appiattimento della lingua: utilizzare la lingua come ingresso in un grande mondo. La Dante deve accettare con la lingua la sfida di divulgare: per far amare la cultura italiana. Non ci vergogniamo della parola "divulgazione", che vuol dire rendere fatto di popolo. Giorni fa, Luca Serianni ci ricordava come la divulgazione sia un'arte che sa scegliere le priorità. Non posso qui dimenticare, come opera significativa di divulgazione che completeremo dopo l'Inferno e il Purgatorio, con il Paradiso: è il viaggio con Dante in Italia, ideato da Lamberto Lambertini e Paolo Peluffo, nostro vicepresidente.

Così il nostro palazzo Firenze deve diventare una casa della cultura. Ma soprattutto credo -è una proposta- che la Dante dovrebbe annualmente organizzare un Festival della Lingua in Italia, per far piacere l'italiano agli italiani, le sue parole, le sue opere, il suo mondo: parole del gusto, dell'interiorità, della comunicazione, della creatività economica e culturale. L'eredità storica dei congressi si deve fare più popolare -ne saremo capaci?-, meno elitista, più aperta ai giovani, divenendo festa della lingua. Riflettiamo su questo aspetto, che sottopongo alla vostra discussione.

Non abbiamo paura della globalizzazione. Certo dobbiamo trasformarci per raccogliere la sfida. Abbiamo bisogno dei soci fedeli da anni e di nuove energie. Siamo però convinti che, nel mondo plurale, talvolta babelico, della globalizzazione, l'italiano abbia il suo spazio, non un mediocre spazio. Siamo convinti del futuro dell'italiano nel mondo. Ma niente è assicurato nella sfida globale al Paese. La Dante Alighieri è uno strumento essenziale a questo fine. Lo sono i nostri comitati, le iniziative e l'entusiasmo quotidiano. Credo che in questa prospettiva dobbiamo rivedere, rilanciare, rimodellare le attività dei comitati: insomma, dopo un congresso come questo, con una nuova presidenza, è doveroso operare una ripresa in modo rinnovato, non solo continuare.
Abbiamo piccoli/grandi problemi nel quotidiano che potranno essere risolti; ma non ci deve mancare una visione che ci dà forza e relativizza le difficoltà: bisogna creare e connettere gli spazi di italofonia e di azione e vita italiana nel mondo, per creare un bacino di Italsimpatia. Su questo dobbiamo lavorare: creare un'area di simpatia per l'Italia, connettere quanti nel mondo parlano italiano, guardano all'Italia in una rete di simpatia per il nostro paese. Non abbiamo, per motivi storici, un Commonwealth, né una Francofonia, né una Lusofonia: ma abbiamo tanti pezzi di vera simpatia per l'Italia, che dobbiamo unire, coordinare, soprattutto alimentare. Di questo, la Dante può essere lo strumento privilegiato e efficace. L'italiano può essere la lingua che crea simpatia tra Italia e mondo, ma anche in sè la lingua della simpatia.

Veniamo da lontano: da una lunga storia. C'è una domanda chiara dell'opera e dell'iniziativa della Dante Alighieri. C'è bisogno di noi. Non sto a guardare i nostri limiti e le carenze di risorse. Dobbiamo occupare il nostro spazio con creatività e coraggio. Così daremo un contributo a una pace ricca di un universo plurale, che parla plurale, ma che è profondamente interconnesso. Daremo una mano al nostro paese e alla sua storia, perché gli scenari del mondo siano non monocolori, ma arcobaleno e quindi fortemente colorati d'italiano e di cultura italiana.