Il grande scrittore siciliano, creatore del "Commissario Montalbano" e di tanti bellissimi romanzi, ha risposto alle nostre domande sui temi della lingua, della letteratura, delle sue fonti di ispirazione (come l'Orlando Furioso), del ruolo dello scrittore, dell'inserimento di parole dialettali nei racconti, di aneddoti inediti e di tanto altro. Buona lettura!
 
REDAZIONE: Spiegando il suo omaggio alla figura di Angelica dell’”Orlando Furioso” nel romanzo “Il sorriso di Angelica” racconta come quel personaggio letterario sia stato il suo “primo amore”, una donna che, pur vivendo solo nella finzione letteraria, le è rimasta dentro per tutta la vita. Da scrittore, cosa crede che conferisca a quest’opera, di cui quest’anno ricorrono i 500 anni dalla prima pubblicazione, la straordinaria forza narrativa che ha?
 
Camilleri: Prima di tutto collegare ed intrecciare i molteplici complessi racconti che costituiscono l’Orlando, la capacità di guidare e controllare in ogni momento la tenuta e le azioni dei tantissimi personaggi, la chiarezza del racconto cui contribuisce incredibilmente la duttilità della metrica, pur rimanendo essa dentro rigidi canoni. Tutto questo concorre a far sì che le figure disegnate dall’Ariosto rimangano impresse nella memoria del lettore e credo che concorra ancora la sostanziale e basilare oralità di quella scrittura. A leggerlo hai l’impressione che una voce ti stia raccontando quelle vicende. Per quanto riguarda la suggestione di Angelica, mi nacque non solo dalla grande capacità narrativa dell’Ariosto ma soprattutto dalle magnifiche illustrazioni di Gustavo Dorè.
 
 
L'Orlando Furioso, come tutti i poemi cavallereschi, ha una struttura molto precisa: 46 canti, scritti in ottave, che si sviluppano a partire dal tema della fuga di Angelica. Ha tratto ispirazione anche da questo poema per creare la struttura metrica, stilistica, narrativa dei suoi racconti e romanzi?
 
Non direttamente. DI certo la lettura e il ritmo dell’Orlando si sono impressi in me assieme a tanti altri capolavori che ho avuto la fortuna di leggere. Sono come affluenti che concorrono a formare il fiume della mia narrativa, ma tutto questo inconsapevolmente. Voglio dire che fanno parte del mio patrimonio genetico. 
 
 
A 500 anni dalla prima uscita dell'Orlando Furioso, ci spiega la differenza tra un 'contastorie', come lei stesso si è definito, e un 'cantastorie'? E, infine, con i 'cuntisti' dell'Opera dei pupi? 
 
Diciamo che sono miei personali adattamenti delle tre definizioni.
Il ‘cantastorie’ canta proprio l’episodio che deve narrare, e più che un canto si tratta di una nenia fortemente ritmata.
Il ‘contastorie’ non canta, le racconta. Perciò io, che tra l’altro non so cantare, quando dico di essere un ‘contastorie’, intendo dire semplicemente che la mia ambizione di scrittore è la stessa di quella che ha un ‘cantastorie’. Cioè a dire di avere una vasta platea di ascolto, ma a differenza del ‘cantastorie’ non concedo assolutamente nulla per favorire l’allargamento della platea medesima. Cerco di non ‘tirare’ agli effetti che più possono piacere alla platea. Io invece voglio di essere rigoroso con me stesso e con il mio racconto e non cerco gli applausi della platea.
Il ‘cuntista’ dell’opera dei pupi invece, appartiene più alla dimensione teatrale. Infatti egli è la voce dei paladini che non sono in grado di parlare perché fatti di legno e metallo. E’ una sorta di doppiatore. 
 
 
Nel libro "La lingua batte dove il dente duole", scritto con Tullio De Mauro, si traccia il profilo delle lingue 'provinciali', come le chiamava Pirandello, e del loro ruolo. Sono più vicine al mondo delle emozioni, della prima infanzia, della famiglia, trasferiscono elementi storici e creano comunità e identificazione. Importanti elementi di unità, ma il mondo che conoscevamo fino a pochi anni fa sta cambiando e le culture delle comunità locali si confrontano anche con quelle dei 'nuovi italiani'. In che modo, quando scrive, considera il rapporto tra lingua italiana, lingue locali, dialetti e gli elementi culturali e linguistici portati dagli immigrati?
 
Vorrei cercare di spiegare che il dialetto siciliano da me usato opera nella mia scrittura una funzione pari a quella che vi compie la lingua italiana. Ora, si cade nell’equivoco di credere che il mio personale dialetto siciliano sia un dialetto puro. In realtà molto spesso soprattutto nei primi tempi i miei compaesani mi chiedevano spiegazione dell’uso di certe parole e io premettevo alla spiegazione l’avvertenza che quella parola, in dialetto, non l’avrebbero mai trovata in un dizionario o non avrebbero mai potuta sentirla pronunziare in quanto me l’ero inventata io. In altre parole adoperando la lingua e il dialetto ho cercato di inventare un linguaggio mio personale. Ad esempio la coniugazione dei verbi che è tutt’altro che ortodossa da tutte e due i punti di vista, quello dialettale e quello della lingua italiana, o l’allitterazione di alcune parole che per me funzionano sonoramente, ma che non hanno nessuna radice lessicale, la costruzione stessa della frase che da ritmo ai personaggi all’azione, l’uso della punteggiatura che risponde appunto a un’esigenza di ritmo piuttosto che alla regola grammatica …etc. Non oso chiamarlo idioletto perché sarei forse tacciato di superbia, ma devo confessare che questo era e rimane il mio intento. 
 
L'inserimento di parole dialettali, 'spezzando' la continuità linguistica, induce il lettore a riflettere sul significato del testo e, dopo un po' di pratica, ad abbandonarsi al suono delle parole come se il testo fosse una partitura mentale. Possiamo pensare ai suoi racconti come a concetti musicali?
 
Sì. E’ molto giusto. In realtà nell’atto di scrivere oltre alla musicalità della parola che scelgo è il periodo, la frase che suona dentro di me come una sorta di movimento musicale. La lettura e la rilettura della pagina che ho scritto ad alta voce è proprio una verifica delle sue cadenze che appartengono propriamente alla musica. Vorrei ricordare che l’editore Garzanti che pubblicò il mio Filo di fumo, lo definì una partitura mozartiana.
 
 
Il ‘caso’ del Commissario Montalbano ha dimostrato di come la televisione aiuti la letteratura, intesa come testo scritto. Le avventure del commissario più famoso d’Italia in tv hanno portato tantissime persone finalmente a léggere. Tornando indietro negli anni, sinceramente se lo sarebbe mai aspettato?
 
Vorrei fare una precisazione: prima che Montalbano diventasse una fiction, mi capitò più e più volte di ricevere lettere di lettori, i quali mi dicevano che non avevano mai letto un romanzo prima di Montalbano e che da allora in poi avrebbero continuato a leggere i miei libri. Questo ci tenevo a precisarlo per onor del vero. E’ chiaro che poi le trasmissioni televisive hanno portato acqua a questo mulino. Naturalmente nulla di ciò era lontanissimo dall’essere previsto da me.
 
 
La bellezza dei luoghi descritti nei suoi libri ha portato tantissimi stranieri a scoprire quelle meraviglie della Sicilia.  Un’operazione di valorizzazione e di promozione turistica che anche i Parchi Letterari Italiani (come il Parco Grazia Deledda a Galtellì, il Parco Levi ad Aliano), legati anche alla Società Dante Alighieri, svolgono da anni con successo. Il turismo letterario può contribuire ancora a far conoscere altri luoghi descritti dagli autori italiani?
 
Credo di sì se tanto mi da tanto. Cioè se il successo televisivo di Montalbano ha provocato la crescita del turismo nelle location della fiction, questo mi auguro che possa capitare ad ogni scrittore e luogo italiano. Vorrei infine precisare che da qualche tempo i turisti oltre a visitare il Val di Noto dove la fiction è stata registrata, vanno anche nell’Agrigentino dove sono ambientati invece i romanzi.