20 MARZO 2017
Alessandro Masi al CENSIS per l’incontro

Con Massimiliano Valerii - Direttore Generale del Censis, 
Giuseppe De Rita - Presidente del Censis, 
Massimo Franco - Giornalista del Corriere della Sera e scrittore, 
Riccardo Luna - Direttore dell’Agi.


“Uno poi de’ mezzi più efficaci e d’un effetto più generale, particolarmente nelle nostre circostanze, per propagare una lingua, è, come tutti sanno, un vocabolario. E, secondo i princìpi e i fatti qui esposti, il vocabolario a proposito per l’Italia non potrebbe esser altro che quello del linguaggio fiorentino vivente”.
(Alessandro Manzoni)


Rispondo trasversalmente all’arguta provocazione del titolo “gaddiano” con una contro-citazione: Cesare Pavese diceva che “nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo volgarità secondo che parliamo o pensiamo”. La diffusione del turpiloquio nel parlare quotidiano, e spesso anche in quello “ufficiale”, testimonia un imbarbarimento linguistico le cui cause sono molte.

La lingua italiana è purtroppo distante dalla ricchezza linguistica e dal ruolo attivo che svolse nella fase unitaria, lo vediamo bene. E si è semplificata, ma talvolta in modo sbagliato. La sintesi in sé non è un fatto negativo, e se pensiamo alla famosa citazione di Blaise Pascal (“ho scritto una lettera lunga solo perché non ho avuto il tempo per farla più breve” – Le provinciali, XVI), notiamo che si accompagna ad altri due elementi necessari per scrivere bene: l’attenzione e l’impegno. Un impegno che è indispensabile, da parte di chi ha la responsabilità di promuovere la lingua e la cultura, e anche una scelta di responsabilità, come diceva Primo Levi: “finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno”.

Come si fa ad “andare a segno” con le parole? Prima di tutto è necessario porsi un obiettivo, a monte: se si intende solo aggregare consenso, può essere sufficiente formulare bene un hashtag. Se invece l’obiettivo si fa più complesso, come quello di restituire alla lingua il suo primato di guida (civile, sociale, culturale) occorrono strumenti più complessi.

Ed eccoci tornati al tema della complessità e della semplificazione. Se scegliere parole poco comuni, magari solo per darsi un tono, è un atto “di maleducazione letteraria”, esistono anche concetti molto specifici, che impongono l’uso di parole precise e talvolta difficili: è questo il caso di svariate discipline scientifiche o complesse. Ha destato clamore, lo scorso 4 febbraio, la lettera del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità con la quale 600 docenti universitari chiedevano al Governo di intensificare l’attenzione sulla qualità dei cicli didattici di base nella scuola primaria, perché gli studenti universitari in media mostrano una padronanza linguistica inadeguata.

Influiscono sull’appiattimento degli usi linguistici anche gli usi di chi “fa opinione”. Gianrico Carofiglio, per toccare la questione sensibile che investe il linguaggio pubblico e anche quello giuridico, parla diffusamente del tema (Con parole precise. Breviario di scrittura civile - Laterza) ricordando che le parole vanno usate con senso di responsabilità, e bisogna dire la verità con chiarezza.

Togliatti, nei giorni del governo di Salerno, si rifiutò di sottoscrivere un documento con un onde seguito dall’infinito, per rispetto di quella terra che aveva dato i natali a Basilio Puoiti, il grande lessicografo napoletano. Oggi occorrono diversi tweet per tentare, senza riuscirci, di riaggiustare un congiuntivo.

Da un lato, dunque, la chiarezza. Dall’altro, però, il bisogno di preservare la ricchezza della nostra lingua nazionale. La sintesi tra questi due aspetti apparentemente contrapposti potrebbe trovarsi nella chiave dell’accuratezza: usare le parole (anche quelle difficili. se servono), facendone però capire il senso; evitare di voler “assomigliare” alle persone, abbassando la complessità al livello dei meno competenti anziché cercare di contribuire, responsabilmente, a migliorare gli strumenti linguistici di chi ci ascolta.

Anche la comunicazione “mediata” (televisione e Internet, in primis) opera in questo senso. I termini di facile comprensione sono preferiti, perché rassicurano tutti, si fanno intendere anche da un pubblico generalista. Il nostro vocabolario ci mette a disposizione circa 260.000 parole, ma sono meno di 6.500 quelle che utilizziamo abitualmente. Sono quelle del “lessico di base della lingua italiana”, ossia le parole che coprono il 98% delle esigenze di comunicazione. I dati sono riportati da Tullio De Mauro nel lemmario del Grande dizionario italiano dell’uso. 47.000 parole formano invece il “lessico comune”, adoperato da persone di istruzione medio-alta.

Come superare il problema della contrapposizione tra l'esigenza di semplificare e quella di tutelate la ricchezza lessicale dell'italiano? Anche Internet ci può tornare utile, a patto di usarlo con un obiettivo in mente. Può tornare utile per diffondere informazioni o curiosità lessicali, ad esempio, o per promuovere progetti più ampi, dedicati anche ai grandi scrittori in lingua italiana.

È peraltro innegabile che tra gli aspetti legati all’impoverimento linguistico ci sia anche una scarsa propensione alla lettura, da parte degli italiani. I dati Istat stimavano nel 13,7% i cosiddetti lettori “forti” in Italia, con almeno un libro al mese, (erano 14,3% nel 2014) ma quasi la metà del totale (45,5%) avevano letto al massimo 3 libri in un anno (lettori deboli). Non c’è alcun dubbio che, crescendo il numero dei lettori, ovviamente se i libri sono scritti bene, possa anche migliorare la competenza linguistica.

Ma perché gli italiani dovrebbero migliorare la loro competenza linguistica? Don Milani, grande pedagogista del quale quest’anno ricorre un anniversario importante (50 anni dalla morte) diceva che "L'operaio conosce 100 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone".

Il controllo linguistico migliora anche il controllo della propria vita, perché padroneggiare i significati significa leggere con precisione la propria condizione personale e potersi relazionare con pienezza nell’ambito del corpo sociale. Ecco perché, come Società Dante Alighieri, desideriamo insistere sulla lingua come fattore di aggregazione e potenziamento (anche se oggi molti preferiscono dire empowerment) nei confronti della capacità civile e sociale delle persone, ossia della loro cittadinanza attiva e autonoma.

Se i nostri laureati riescono (e talvolta molto bene, in Italia ma anche all’estero) è anche perché la nostra cultura complessa li educa alla comprensione e all’approfondimento. Preservare la ricchezza linguistica dell’italiano significa dunque preservare l’autonomia e la creatività degli italiani, ovunque essi si trovino. E la loro capacità critica.

L’impoverimento lessicale si esprime, infine, anche nell’impiego di vocabolari ristretti, nell’uso di metafore frequenti e sempre meno significative da parte dei parlanti di cultura medio-alta, o nell’impiego di “parolacce”, soprattutto da parte dei meno colti. Una sola nota in merito all’arguta provocazione contenuta nel titolo: ci sono molti saggi che analizzano la presenza di parolacce in alcuni testi di altissima cultura: Dante Alighieri, Pietro Aretino, ovviamente Boccaccio; anche Leopardi, per citare l’amico Giuseppe Antonelli, “diceva le parolacce”.

Se è vero che stiamo perdendo il lessico “colto” (Serianni) e usiamo la lingua in modo generale e con sufficienza, però, bisogna anche imparare a scegliere consapevolmente il registro espressivo più appropriato, a seconda delle esigenze e del livello dell’interlocuzione. Anche questo è importante, per valorizzare la nostra lingua e la nostra cultura. 

Il turpiloquio definisce una dimensione individuale, non sociale, è uno sfogo soggettivo e tende a frammentare la tendenza alla socialità. Ecco che dunque educare a scrivere e parlare bene è un’azione sociale e culturale, indispensabile per costruire dinamiche socio antropologiche corrette e necessario al benessere di uno Stato.

“Tempi più rapidi per la cittadinanza, ma condivisione della carta costituzionale e conoscenza certificata della nostra lingua”, disse Ciampi riferendosi a quei studenti stranieri giunti in Quirinale per la consegna del nostro certificato. La nostra Patria è nata grazie alla lingua e per migliorare la nostra convivenza civile non si può non lavorare sulla cultura e competenza linguistica. Non è un caso se l’integrazione anche dei migranti transita per i corsi di alfabetizzazione in lingua italiana e sono tanto più integrate le comunità che mandano i loro figli nelle nostre scuole, dove si crea il contatto tra le culture. Da questo contatto nascono forme di ibridazione che possono far nascere degli “orrori” linguistici, ma anche forme di innovazione linguistica che una lingua viva, come l’italiano, è ben capace di "sopportare", evolvendosi.

David Crystal, linguista britannico, alcuni anni fa incluse l’italiano tra le lingue destinate a scomparire nel giro di poche decine di anni. Noi non crediamo che sarà così, ci permettiamo anche di sfidare la statistica, perché la nostra lingua è ricca di cultura, è un fatto culturale in sé, è “mezzo e messaggio” per dirla con McLuhan, sul quale abbiamo recentemente organizzato un incontro a Palazzo Firenze. In quanto tale, vista la sua straordinaria ricchezza, l'italiano potrà assorbire anche l’impatto con culture differenti, a patto che siamo capaci di sostenere quel “mondo in italiano” che abbiamo anche scritto sotto il nostro logo e che si sostiene su un meccanismo di identificazione e italsimpatia sul quale la Dante Alighieri continua a lavorare.

[Alessandro Masi]

 

La registrazione di tutti gli interventi nel sito del Censis