Toccare un'opera d'arte, l'idea è intrigante anche se mette un po' in soggezione. Si può fare in pochi musei, uno dei quali si trova in Italia. Il Museo Tattile Statale Omero è stato interamente concepito in forma accessibile e inclusiva.

Ha sede ad Ancona, nella Mole Vanvitelliana. Nato nel 1993, diventato statale dal 1999, il Museo propone un'esposizione permanente e una itinerante, sviluppa attività di ricerca e comunicazione, organizza laboratori destinati anche a bambini e famiglie. Allestisce mostre di arte contemporanea. La prossima, che si aprirà l'11 giugno con opere di artisti del Novecento, sarà dedicata agli animali.

Il Museo Omero occupa 3.000 metri quadri su quattro piani e apre ad "un approccio all'estetica in gran parte ancora inesplorato dai non vedenti, nonostante la sua profonda valenza epistemologica." Scoprire volumi, prospettive, espressioni attraverso il senso del tatto permette di realizzare esposizioni in cui "la percezione artistica passa attraverso suggestioni plurisensoriali extra visive". Il museo si intitola ad Omero, ci ha spiegato il direttore Aldo Grassini, "perché il più grande artista della civiltà occidentale era cieco".


Direttore Grassini, come funziona il Museo Omero e come è nata l'idea di un museo 'da toccare'?

Il Museo Omero è un'esperienza praticamente unica. Esistono diversi musei che propongono percorsi tattili, il nostro è invece interamente concepito ad alta accessibilità e con uno scopo multisensoriale. Lo possiamo definire unico. Ha il suo personale stabile, regolari orari di apertura e un'esposizione permanente. È nato dall'attenzione rivolta alle persone che non vedono, e che non possono fruire dell'arte come tutti. Esiste infatti una cultura consolidata per la quale 'toccare' l'arte significa quasi commettere un sacrilegio. Non è solo per ragioni di tutela, questo sarebbe comprensibile, ma un modo di pensare all'arte, un luogo comune, anche, che però resiste tenacemente.

Io e mia moglie, entrambi non vedenti, siamo appassionati d'arte e abbiamo viaggiato in mezzo mondo. Ci siamo però sempre scontrati con impossibilità, di fatto, di esercitare un diritto che appartiene a tutti gli esseri umani, quello di fruire dei beni culturali e dell'arte. Questo accade a priori, quando si ritiene che una cosa sia 'artistica' è vietato toccarla, la si tiene 'in scatola'.

Nel 1985 tornavamo da un viaggio in Germania ed eravamo piuttosto frustrati: non ci avevano permesso di toccare praticamente nulla, pur avendo visitato diversi musei. Così abbiamo pensato di raccogliere in un luogo le riproduzioni dei grandi capolavori in modo che anche i ciechi potessero fruirne.

L'idea, dunque, è nata dalla frustrazione e dalla rabbia. Dopo diversi anni, nel '93, siamo riusciti ad aprire il museo che nel '99 è stato riconosciuto dal Parlamento nazionale come statale. Nel 2012, infine, ci siamo trasferiti negli spazi della Mole Vanvitelliana.

Fin dall'inizio, però, non abbiamo pensato a un museo 'solo' per i ciechi, perché l'arte va fruita socialmente, è un'esperienza da fare insieme con gli altri, e non volevamo creare una specie di 'riserva indiana'. Allora abbiamo pensato a un museo allestito in modo da far piacere anche agli occhi, oltre che alle mani. Il Museo Omero è dunque essenzialmente inclusivo, perché prevede anche una ricerca estetica 'visiva' e non solo tattile e la possibilità, vedenti o non vedenti, possano accedere pienamente alle opere esposte. Abbiamo scoperto, nel tempo,  che anche i visitatori che ci vedono provano emozioni uniche nel visitare le nostre esposizioni, perché non trovano alcun divieto di toccare.

Il concetto è fondamentale, e noi riceviamo molte richieste di consigli e interventi di vario genere da parte di musei e istituzioni che vogliono creare degli spazi 'accessibili' all'interno delle loro strutture.


Il tema dell'accessibilità è all'ordine del giorno, che in questo caso non è solo 'tecnica', ma anche estetica. Com'è la situazione all'estero?

Esiste una nuova attenzione all'accessibilità, si sente parlare di cultura 'accessibile'. Mi fa molto piacere che ci sia questa nuova cultura, in Italia e non solo. Ma non ci siamo ispirati a esperienze estere per la nostra idea. Il Museo Tiflológico di Madrid (museo.once.es) è nato qualche mese prima di noi approfittando della grande Esposizione delle Colombiane del 1992. Posso dunque dire, con un pizzico di orgoglio, che in effetti sono stati gli altri a ispirarsi a noi. Anche la persona che segue la sezione tattile del Louvre ci ha consultati in virtù della nostra esperienza.

Può indicare un periodo nel quale le opere d'arte venivano realizzate pensando esplicitamente che sarebbero state toccate e non solo viste?

Facevo anche riferimento a questo, nella mia introduzione un po' polemica. L'idea che la mano sia 'il peggior nemico dei beni culturali' non ha alcun fondamento. Effettivamente ci sono opere che possono subire deterioramento, e bisogna essere prudenti, ma ce ne sono tantissime altre che non corrono rischi ad essere toccate. L'atteggiamento del 'non toccare' appartiene alla pedanteria di chi pensa che siccome nel toccare si potrebbe creare qualche problema, allora è meglio non toccare nulla.

Abbiamo musei nei quali si espone vasellame (anche prezioso), brocche, piatti o bicchieri. Oggetti che, prima di finire in quel museo e durante i secoli, sono passati per chissà quante mani. Ma con l'ingresso in un museo acquisiscono un senso della sacralità per cui non si possono più sfiorare.

In merito alle epoche che hanno proposto opere che potevano più facilmente essere toccate, rispondo semplicemente che la scultura è nata proprio per questo, e me lo hanno confermato tutti gli scultori con cui ho avuto occasione di parlare. La scultura è fatta con le mani e lo scultore, l'artista, crea una statua guardandola e toccandola.

La figlia di Francesco Messina, uno dei grandi del Novecento, dice che suo padre non considerava finita una sua opera prima di averla esplorata con le mani e a occhi chiusi.

A un certo punto, però, la nostra cultura ha pensato di trasformare l'opera d'arte in un oggetto 'da museo' anche se nata per adornare i palazzi importanti, le case e i giardini, insomma per essere collocata là dove la gente viveva. Raccogliendole in luoghi appositi si è anche creato il concetto imperativo di 'guardare da lontano'. La scultura è fatta sempre per essere toccata, facendo sempre attenzione al fatto che ci sono materiali più o meno delicati e che nel toccarli ci vuole prudenza.

Un'opera fatta di materiale come il marmo bianco di Carrara non si danneggia toccandola con una mano, che però può lasciare un alone. A questo si può tranquillamente ovviare utilizzando dei guanti sottili di lattice, che permettono di cogliere le forme anche dei particolari, o lavando le mani prima del contatto e asciugandole bene. Si devono semplicemente adottare accorgimenti adeguati.

Ci sono altri materiali come il bronzo, di cui molti artisti mi hanno detto, che 'volevano' essere toccati. Nel Rinascimento, quando si facevano delle opere in bronzo, e forse anche di altri materiali, si lasciavano toccare, proprio perché si producesse quella tipica patina. Una difficoltà più grande può essere posta dalla dimensione. Entro certi limiti si può ovviare alle grandi dimensioni impiegando una scaletta con le ruote, che ci consente di spostarci e toccare i dettagli, se no bisogna realizzare una riproduzione in scala.


Si può fare anche con i quadri, cioè con opere non tridimensionali?

Con i quadri è un altro discorso. La pittura si avvale soprattutto della luce, del colore, di ombre, ed è questa la sostanza del linguaggio pittorico. C'è la possibilità di tradurre alcune note pittoriche, che siano adatte a questo tipo di operazioni, in bassorilievi. In questo modo si può capire che cosa rappresenta l'opera, i rapporti volumetrici, le proporzioni. Ma non dimentichiamo che è un altro linguaggio. Si tratta di un discorso da farsi con la dovuta intelligenza.


La 'traduzione' di una statua in una copia dovrà anche farsi scegliendo un materiale coerente con quello d'origine?

Il concetto è sacrosanto: la sensazione tattile dà emozioni che non sono soltanto legate alla percezione della forma, ma anche al toccare che è una sensazione del tatto, come il colore è una sensazione specifica della vista. Un'opera originale offre, oltre al piacere del contenuto, anche il piacere di un rapporto diretto con la materia.

Il problema delle copie è dunque complesso. Si possono fare impiegando calchi creati sugli originali delle statue. Il calco è perfettamente uguale all'originale, e produce una matrice in negativo che poi si riempie con materiali vari. Se invece vogliamo fare una copia di una statua nello stesso materiale (per esempio il marmo) dovremmo avere uno scultore che scolpisce. Non sarà mai una copia perfettamente uguale all'originale, ma il materiale sarà lo stesso.
 
Allora dobbiamo decidere: privilegiare la materia o la perfezione della forma? Noi abbiamo scelto questa seconda ipotesi. Tra l'altro ormai esistono sistemi che realizzano la scansione in 3d dell'opera, e riproducono in un file la copia esatta dell'originale. La copia può essere eseguita anche da una fresa, anche nella stessa materia dell'originale, ovviamente con costi maggiori.

I materiali usati per le copie comunque possono essere diversi, per esempio gesso o resina, che sono duttili e possono assumere grandi varietà tattili. Per esempio abbiamo in esposizione una copia della Pietà di Michelangelo, fatta con resine e polvere di marmo, che restituisce una sensazione tattile molto vicina a quella del marmo stesso.

Alcune informazioni sul museo

Gli allestimenti del museo propongono "circa 150 opere della collezione permanente organizzate secondo un ordine cronologico". Il percorso include "copie al vero, in gesso e resina, di famose sculture dalla classicità greca al primo Novecento passando per l'arte etrusca, romana, romanica e gotica, per il Rinascimento di Michelangelo, il Barocco di Bernini, il Neoclassicismo di Canova."

Ricca la sezione di arte contemporanea con uno speciale allestimento di "L'Italia riciclata" di Michelangelo Pistoletto, donata nel 2013 dall'artista. La collezione è "accessibile e fruibile tattilmente, offre descrizioni in Braille, in nero a caratteri grandi e scale mobili per l'esplorazione".

L'esposizione itinerante "Bello e accessibile"  realizzata grazie al sostegno di Arcus, "include 24 opere: 14 riproduzioni da originali di arte antica, 8 opere originali di arte moderna-contemporanea e due modelli architettonici, tutti organizzati secondo temi e correlazioni." Una scheda descrittiva descrive dettagliatamente il concetto dell'esposizione.

Tra i materiali disponibili nel sito del museo, la rivista vocale online "Aisthesis, scoprire l'arte con tutti i sensi" e la documentazione di Tactus, Centro per le Arti Contemporanee, la Multisensorialità e l'Interculturalità, ma anche diversi materiali di comunicazione

Domenica 8 maggio si terrà un laboratorio speciale dedicato alle famiglie, imperniato sul racconto della nascita da parte dei genitori ai loro bambini e sulla realizzazione di un libro 'tattile'.

 

vn