FILOSOFIA E NON SOLO. IL GRANDE LABORATORIO PER LA COSCIENZA EUROPEA

Nella elevazione della mera politica all’etica anche la parola Stato acquista nuovo significato: non più semplice relazione utilitaria, sintesi di forza e consenso, di autorità e libertà, ma incarnazione dell’ethos umano e perciò Stato etico o Stato di cultura, come anche si chiama. (Benedetto Croce, Etica e politica)

Il 29 novembre 2017 è stato inaugurato il nuovo anno accademico dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: nuovo per i mesi che verranno, ma come uno struggente lunario leopardiano provvido di tutte le cose vissute, di tutta l’ accorta semina di Gerardo Marotta che ha svolto il suo progetto di lavoro e di vita concretizzando gli ideali in imperativi e sublimando gli obblighi e i doveri in ideali: insuperato lievito per la riuscita, la fede nel futuro e nella perenne rinascita della bellezza e della bontà della vita.

Lo splendido Salone degli Specchi è adorno di fiori in omaggio ai partecipanti e alle sorelle Valeria e Barbara come sottolinea, ad apertura del convegno, Massimiliano Marotta, presidente dell’Istituto. Seguono gli interventi dei collaboratori, la Segretaria Fiorinda Livigni e il direttore Geminello Pretirossi che hanno illustrato le nuove e più ampie prospettive didattiche e culturali dei programmi e l’importanza di reinterpretare il passato rendendo la memoria produttiva di futuro. Il progetto del nuovo anno accademico mette a disposizione dei giovani concorsi, borse di studio, seminari affascinanti per la loro varietà, dal teatro alla democrazia all’Europa al confronto tra i greci e i filosofi contemporanei, al diritto, alla filosofia, alla scienza: perché la filosofia di Gerardo Marotta è tale secondo il significato greco del termine che considera la scienza ‘oggetto di quella sete di conoscenza che si chiama filosofia.’ E dal dialogo fra scienza e filosofia ha avuto origine la cultura moderna.

La dettagliata lezione del professore Francesco Barbagallo ha rievocato il lungo percorso di vita e di pensiero di Gerardo Marotta, dalle esperienze studentesche alla fondazione dell’Istituto. Ecco risuonare i nomi delle giovani intelligenze di allora, da Renato Caccioppoli a Domenico Rea, da Luigi Compagnone a Luigi Incoronato. E i progetti e le aspirazioni dei giovani del Gruppo di studio Antonio Gramsci, fondato da Guido Piegari e dell’Associazione Cultura Nuova fondata da Gerardo Marotta: una cultura nuova come i nuovi tempi, un’alba rinnovellante dopo il lungo sonno della ragione. I giovani che ne fanno parte si confrontano in un entusiasmante scambio di pensiero nella tensione a un comune ideale che sarebbe confluito, anni dopo, in quello dell’Istituto Italiano per gli Studi filosofici, fondato nel 1975 da Gerardo Marotta, Enrico Cerulli, Elena Croce, Piero Piovani, Giovanni Pugliese Carratelli: la diffusione della cultura, dell’educazione e della formazione delle giovani generazioni, al fine di costituire una classe dirigente consapevole del proprio ruolo nella storia e nella coscienza di un’Europa veramente unita. Gli appelli contro le misure riformistiche tendenti a esautorare lo studio della filosofia e delle materie umanistiche dei loro stessi contenuti partono dal faro napoletano e si diffondono in tutta l’Europa che conferisce al fondatore i riconoscimenti, le lauree honoris causa e i premi dovuti a un Maestro di pensiero che fa della filosofia una scienza, della scienza una palestra umanistica, dell’umanesimo il mezzo per dare un’anima all’Europa, espressione etica di buon governo. S’infittisce lo scambio di ricercatori, di scienziati, di studenti per i quali l’esperienza napoletana diventa senso di appartenenza che abolisce ogni confine geo-storico, (in gergo scolastico corrente) tra l’Europa e Napoli, dove spesso quelli venuti da studenti tornano per insegnare.

Più volte l’intensa attività dell’Istituto sarà compromessa dall’ambiente etico e politico circostante. I tagli pretestuosi ai finanziamenti, le lotte palesi e sotterranee all’idea stessa che un uomo abbia potuto creare e portare al successo un’idea vincente contro tutte le meschine battaglie per il ‘particulare’ che contaminavano la visione ‘universale’, indispensabile a una politica operante per il Bene Comune danno luogo a un duplice orientamento di giudizio: quello limitato e limitativo di una politica riduttiva, castrante di ogni idea di progresso; l’altro, di amplissimo respiro, che designa Gerardo Marotta modello dell’homme des lumieres’ di quei tempi, parole di Jacques Derrida nel conferimento a Marotta della laurea honoris causa alla Sorbone Nouvelle di Parigi, nel 1966.

Nel discorso del professore Barbagallo questo passato si delinea attraverso le sue tappe, le sue soste, le sue coraggiose svolte.

Si delinea anche la vicenda che, nel suo ultimo libro, Ermanno Rea definì Il caso Piegari alla lettura del quale, come a quella de La Dismissione e di Mistero napoletano s’invita chi voglia saperne di più dell’intricato groviglio di interessi contrastanti che segnarono quei tempi e quelli che seguirono, non estranei al ‘caso Bagnoli’, vergognosamente ancora irrisolto. Rea sosteneva anche l’esistenza di un “caso Italia, del quale quello napoletano, conseguenza diretta della mancata integrazione e del fallimento dell’unità nazionale, non è il più vistoso.” Intrecciando il caso Marotta al caso Piegari, la lezione del professore Barbagallo ci riporta il sogno di gloria del quale ci parlò Ermanno Rea in un’intervista del Maggio 2015, a proposito del ‘caso Napoli’. A Francesca Spada, Renato Caccioppoli e Guido Piegari Rea aggiunse Gerardo Marotta, compagno d’ideali di Piegari le cui ‘storie intrecciate’ definì “il filo d’Arianna’ della ricerca di un’identità culturale napoletana di respiro europeo”.

Se la storia ha dato ragione agli ideali di Piegari e di Marotta, paladini dell’integrazione nazionale contro il potere promotore di un regionalismo perverso, è sperabile che dall’ opera appassionata dell’Istituto possa partire un movimento contro la barbarie avanzante di pari passo con la deriva della civiltà. La Biblioteca ancora senza fissa dimora di Gerardo Marotta è l’emblema di quello che la barbarie distrugge, insieme ai monumenti, alla bellezza, ai sistemi di pensiero, agli archivi e ai musei citati da Croce nel suo saggio sulla fine della civiltà. Ed è da questo presidio di pensiero e di intelligenze, da questo bunker di civiltà (come Rea definì l’Istituto) che deve partire la speranza di una riappropriazione di quella civiltà di pensiero, profondità d’ideali, impegno per le nuove generazioni che fu motto del fondatore, insieme a quello che continua a far da vessillo all’Istituto e alla sua missione: ‘Venturi aevi non immemor’

Nel ripercorrere per brevi cenni il percorso dell’Istituto, sono stati citati i grandi maestri tra i quali, eroico segretario e grande maestro del sapere, Antonio Gargano, che Marotta definiva straordinaria tempra d’uomo e di studioso. Il professore Barbagallo ricorda le battaglie che videro in prima fila l’ultimo giacobino: un’attività instancabile, un patrimonio svanito: resta, conclude il professore, incomprensibile, “la mancata nomina a senatore a vita di Gerardo Marotta, l’italiano che l’avrebbe meritata di più.”

Ma Marotta era sorpreso piuttosto delle ripetute raccolte di firme a tal fine. Sapeva che esse, perdurando lo statu quo politico e istituzionale, sarebbero rimaste senza esito…

Anche se il discorso di Massimiliano Marotta è stato l’ouverture della serata, preferiamo parlarne a conclusione della nostra relazione in quanto ci sembra che centri in pieno l’essenza stessa dell’Istituto e della sua missione: gli Stati sono organismi morali, loro compito precipuo è la formazione dei cittadini e i cittadini devono a loro volta adoperarsi per la comunità: indispensabile la collaborazione tra amministrazione e cultura, tra accademie, università, scuole e comune, regione, Stato. Questo il filone di pensiero che va da Platone a Croce e che trova, nello spirito di collaborazione, la sostanza spirituale, l’humus dove alimentare la giustizia senza la quale lo Stato è una banda di ladri.

Un discorso chiaro, di chi non ha paura delle parole e che quel concetto di giustizia l’ha fatto proprio fin dall’infanzia, alimentandolo a una storia familiare che si dilata a comprendere quanti hanno contribuito a realizzarne gli obiettivi: Francesco Del Franco e la sua squisita casa editrice Bibliopolis che rese possibile le audacie editoriali dell’Istituto, tra le quali le opere di Giordano Bruno tradotte in francese; Paolo Marotta, il cugino troppo presto perduto, autore di un volume scientifico di grande importanza per l’Istituto. E Gadamer, Saraceno, Norberto Bobbio, Emilio Del Giudice, Marcello Gigante ai quali i ragazzi Marotta, nell’intensa frequentazione della bella casa del Calascione, si sentivano legati da uno spirito di fratellanza o addirittura genitoriale, divenuto nel tempo tensione ideale e progetto di lavoro e di vita della quale l’Istituto Italiano per gli Studi Filofofici è oggi più che mai portatore.

Tra gli ospiti Marta Herling Croce, segretaria generale dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici la cui collaborazione con l’Istituto di Studi Filosofici è per la città un valore aggiunto. I due Istituti napoletani hanno sede in due città diverse, come sottolinea quasi scherzosamente Massimiliano: l’Istituto di Croce, più antico, a Palazzo Filomarino nel cuore di Neapolis, la città nuova; quello di Marotta a Palepolis, l’antica Parthenope. Entrambe hanno interloquito con l’Atene di Pericle, l’Atene dei secoli d’oro della cultura del mondo. Parlarne esige un po’ di retorica e un po’ di oleografia, che ci verranno forse perdonate.

Parthenope, Palepoli, Pizzofalcone: quella dell’Istituto è una storia antica, che inizia ancor prima della sua fondazione, ancor prima della edificazione di palazzo Serra di Cassano che l’accoglie, splendido come Palazzo Filomarino che accoglie l’Istituto Italiano per gli Studi Storici: è la storia di una città plurimillenaria e la luce che ancora emana è quella abbagliante delle origini, è quella che parte da questi palazzi carichi di storia dove erano di casa Gianbattista Vico, maestro di Scienza Nuova e i rivoluzionari del 1799 con la loro Scienza della Legislazione, opera di un giovane principe napoletano che tutta l’Europa settecentesca aveva fatto propria ribadendo, nelle Costituzioni seguite alle rivoluzioni, il diritto dei popoli alla felicità, in uno stato basato sull’educazione, sull’istruzione, sulla formazione dei giovani.

Riconoscendo le ombre che s’addensano su Napoli e riferendosi alla luce troppo intensa che la città ha emanato e continua a emanare, forse Massimiliano si riferiva anche a questa storia, a questo sostrato permanente di civiltà. Ed è tale luce che deve esser tenuta alta e viva da quanti continuano a dedicare la vita a rendere concreto e operante un ideale che non è una foglia al vento, ma ha radici alimentate dalla linfa inesauribile di una storia e di una cultura uniche al mondo. Va innanzi tutto percepito che oggi, a un’analisi impietosa e non assolutoria, Napoli sembra oscillare tra il pericolo di un lento e premeditato assassinio e la tendenza suicida: unico punto fermo gli uomini di buona volontà che continuano a vivervi e a operarvi con onestà e dedizione.

A costoro, a chi tutto questo lo vive, lo avverte, lo soffre tocca fugarle, se è in condizione di farlo. Alle Accademie, alle Università, agli Istituti di cultura, alle Associazioni nei vari campi del sapere, agli Istituti per gli Studi Storici e per gli Studi filosofici e a quanti si fanno ogni giorno volontari della necessità di resistere, di non cedere a quanto attenta alla sopravvivenza stessa della città e del suo decoro, a questa luce che deve continuare a far da matrice e da linfa a Napoli e alla sua disperata voglia di vivere, di riconquistare il suo rango di regina, di credere, ancora una volta nella sua capacità di resurrezione.

Anna Maria Siena Chianese