La lingua geniale invita a considerare il greco antico come "un rifugio cui torniamo quando siamo stanchi della vaghezza della nostra epoca” (V. Woolf) o contro la “solitudine linguistica”. Come vedevano il mondo gli antichi Greci? Come lo raccontavano, descrivevano, come ne scrivevano? "...questo modo di vedere il mondo, così delicato e allo stesso tempo senza sfocature, ho voluto raccontarlo a tutti, non importa se si sia studiato il greco oppure no." Abbiamo chiesto a Andrea Marcolongo di raccontarci come è nata l'idea di questo saggio, edito da Laterza nel 2016 ma ancora ben rappresentato nelle classifiche di vendita.

- Come si fa ad attirare l'attenzione e l'interesse dei ragazzi verso le lingue antiche?

Premetto che La Lingua Geniale. 9 ragioni per amare il greco non è una grammatica del greco: come l’ha definita uno scrittore e caro amico, altrettanto legato ai ragazzi, Alessandro D’Avenia, è una sorta di sintassi dell’anima attraverso il greco. Il saggio è in libreria da quasi un anno ormai e numero uno in classifica nel settore saggistica nei primi sei mesi del 2017. La mia fortuna è stata quella di vivere questo successo del tutto inatteso come un’avventura umana: le classifiche sono belle, la vita vera molto di più. Da subito ho chiesto di incontrare i ragazzi nelle scuole e sono stati quasi 100.000 gli studenti con cui ho parlato quest’anno, da Gorizia a Messina. Sono stati loro la mia bussola di senso, mentre i giornalisti si interrogavano su questa improvvisa “moda del greco” (espressione che mi fa orrore) e sono stati loro la mia vera forza nei momenti più difficili.
Mettere tutta me stessa nel libro ha avvicinato moltissimo i giovani, è certo, ma questo l’ho capito solo dopo aver scritto il libro. Sapevo cosa non volevo fare: non volevo dare lezioni a nessuno. Volevo solo raccontare il nostro presente attraverso il greco. Non ambivo a essere perfetta.
Quando mi trovavo nelle scuole ho spesso chiesto ai ragazzi di aiutarmi a capire perché stiano frequentando, oggi, il liceo classico: le risposte che mi danno mi rendono più che mai certa che molto sfugga alla polemica utile/inutile riferita alle lingue classiche. Ci si continua a domandare se serva o meno il greco nel mondo del lavoro, la pressione familiare e sociale che i giovani millennials si trovano oggi a vivere è fortissima. Ma i ragazzi non sono utenti, tenuti a scegliere percorsi utili, sono esseri umani che si stanno formando in un percorso molto più complicato del greco, l'adolescenza. Proprio come è accaduto a me, quando studiavo al liceo.
Ed ecco che le mie avventure tra il greco e il passaggio dal mio essere ragazza a donna sono diventate uno specchio in cui ciascun ragazzo legge un po’ di sé e dei classici. Nessun ragazzo mi ha mai chiesto nozioni di greco, ma mi ha raccontato dei suoi viaggi, delle sue passioni e soprattutto dei propri sogni per diventare grandi.

- Perché definisce il greco una lingua “geniale"?

Ovviamente ogni lingua è geniale a modo suo, perché esprime il modo di pensare di chi la utilizza ogni giorno per dire di sé. L'aggettivo geniale che dà il titolo al mio libro deriva da tre lingue diverse: il greco, in cui deriva dal verbo "creare" e significa "mente creativa"; il latino, in cui rimanda al "genium", un piccolo essere che secondo la mitologia accompagnava l'uomo nel corso della vita per renderlo felice; il francese, in cui "génial" significa divertente, “ganzo”.
Ho giocato con la stessa parole in tre lingue diverse per raccontare perché io, Andrea, una donna di trent'anni, amo il greco: perché è una lingua libera e umana. Libera perché le sue stranezze, quelle che a scuola ci hanno fatto impazzire -dal duale all'ordine delle parole all'ottativo- non sono obbligatorie per grammatica, ma lasciate alla libera scelta di chi il greco lo usava ogni giorno per parlare e scrivere. E dunque è una lingua umana, perché lascia agli uomini la responsabilità di scegliere non solo cosa dire, ma anche come dirlo -e così, scegliendo in totale libertà espressiva un tema verbale anziché un altro, un duale o un plurale-, gli esseri umani dicono anche molto di se stessi.

- Quanto è importante conoscere il greco per parlare e scrivere bene in italiano?

Virginia Woolf scriveva, in uno splendido saggio intitolato Del non sapere il greco, che è a questa lingua che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza della nostra epoca. Io ne ero molto stanca, lo ammetto, stanca di tante cose, soprattutto della solitudine linguistica in cui ciascuno di noi vive, relegato ai margini di stesso eppure al centro di tutto di un mondo sempre connesso. Ma siamo connessi a qualcuno per davvero, o solo a qualcosa, mi chiedo nel libro? Quand'è stata l'ultima volta che abbiamo fatto una telefonata per amore?
Scrivendo La Lingua Geniale ho provato a chiedermi come vedessero il mondo gli antichi Greci attraverso la loro lingua: un mondo che possedeva, ad esempio, un numero speciale per dire la coppia, il duale, o un modo esatto, preciso per esprimere un desiderio o un rimpianto, l'ottativo. E questo modo di vedere il mondo, così delicato e allo stesso tempo senza sfocature, ho voluto raccontarlo a tutti, non importa se si sia studiato il greco oppure no.
Credo che parte del successo del libro deriva proprio dalla mia riflessione sull’importanza delle nostre parole, in italiano. Perché tutti noi usiamo le parole della nostra lingua per dire di noi: ciò che penso è che dovremmo prendercene più cura, viviamo tempi di un divario linguistico tra chi di parole è ricchissimo oppure è poverissimo. Le parole per dire in italiano sembrano sempre troppo poche e sempre se ne cercano di nuove, quasi sempre dall’inglese, per nominare ciò che in realtà già esiste da millenni. Non esistono parole buone o cattive, oneste o disoneste, in nessuna lingua. Esistono invece le donne e giù uomini che le usano ogni giorno per dire di sé: La Lingua Geniale usa il greco come fil rouge per invitare i lettori a fare i conti prima di tutto con se stessi e a dire a parole (italiane!) ciò che sentono, ciò che provano, con onestà, genuinità, integrità e, perché no, ironia. Perché le parole per dire ci sono, bisogna trovarle sempre per evitare il silenzio, il non-detto, lo spaesamento dato dal non sentirsi capiti, dal sentirsi soli, senza parole.

- Possiamo indicare alcune fonti greche e/o grecismi nella Commedia di Dante?

Platone, nel dialogo Cratilo, sostiene che “chi conosce il nome conosce le cose”. È questo il senso della parola etimo, dall’aggettivo greco ἔτυμος (etymos) che significa “vero”, “reale”. È stato grazie a Dante Alighieri e alla sua Commedia se ho scoperto, sui banchi del liceo, la mia passione per le etimologie. Ricordo ancora quando, durante l’orale di maturità, mi venne chiesto del canto X del Paradiso, laddove Dante, al v. 131, definisce “ardente spiro” quello di Isidoro di Siviglia, dottore della Chiesa e autore nel VI secolo d.C. delle Etimologie o origini, un compendio di tutto lo scibile umano noto all’epoca e il più forte tentativo di resistenza culturale al crollo del mondo greco-romano. La sua opera, di cui mi sono poi innamorata e di cui parlo nel mio libro, fu tramandata per tutto il Medioevo, diffondendo la cultura antica presso popoli un tempo uniti e che ora parlavano lingue diverse, al bivio tra passato antico e modernità.
È certo che Dante non conosceva il greco, come quasi nessuno ormai nel Trecento, e tutto ciò che apprese fu da compendi latini. Se ricostruire la Biblioteca dantesca è difficile, è però plausibile che tra le sue fonti ci fosse anche Isidoro di Siviglia, l’inventore della prima “enciclopedia moderna” e per questo nominato nel 2002 da papa Giovanni Paolo II patrono di Internet.

- Come ha avuto l'idea di scrivere il libro?

Questo mio libro nasce due volte.
La prima, ormai quattro anni fa, quando un ragazzo a cui davo lezioni di greco, mi chiese perché si dovessero imparare i paradigmi dei verbi greci e io, per rispondere a questo suo interrogativo, gli preparai un file Word, che poi è diventato integralmente il primo capitolo de La Lingua Geniale, quello sull’aspetto dei verbi. Solo poi ho compreso la bellezza della sua domanda, che solo i ragazzi sanno vedere: mi chiese la ragione di tanta stranezza del greco, non la sua utilità come invece fanno quasi sempre gli adulti.
Sicuramente il libro non sarebbe mai arrivato in libreria senza la mia curatrice, Maria Cristina Olati. La conobbi due anni fa e mi ha chiese di mandarle quello che avevo scritto sul greco, intuendo da subito l’idea e la mia passione.
Io avevo lavorato sempre con il greco, curando traduzione, ma mai per scriverne un libro, anzi l’idea faceva paura. Comunque le inviai quello che avevo nel cassetto aggiungendo in un PS: “mi rendo conto che il greco non sia un argomento da best seller”. Fui davvero sorpresa quando dopo soli due giorni mi chiamò per dirmi: “facciamo il libro”.
Amo definire il mio rapporto con il greco la più lunga storia d’amore della mia vita. Sono oltre quindici anni che ci frequentiamo, tra liceo e laurea in Lettere Classiche. Eppure mi erano rimaste delle domande irrisolte, qualcosa che al greco non avevo mai chiesto nei miei studi: il senso della stranezza della sua grammatica.
Spesso mi viene chiesto come mi spiego il successo di oltre 100.000 copie in Italia e quindici edizioni estere e io non so davvero cosa rispondere. Ho scritto il libro per fare un regalo prima a me stessa e poi alla lingua che amo. Non ho pensato a un target, a un pubblico, mentre scrivevo: è stato più che altro un atto di libertà genuina.
La mia fortuna è stata che, salvo pochi amici cari, nessuno ci credeva, quindi sono stata libera di mettere me stessa in ogni pagina. Avevo paura di perdere qualcosa di me scrivendo della mia vita e del greco: ora, grazie ai lettori, so di non aver perso proprio nulla, anzi: di aver scoperta una nuova parte di me. Quella della scrittrice che sognavo di diventare.


- Se il greco è geniale, l'italiano secondo lei è...?

L’italiano è la mia lingua madre, dunque unico, irrinunciabile, insostituibile. È la lingua in cui penso, la lingua in cui sogno la notte, la lingua in cui ho pronunciato la mia prima parola letto il mio primo libro -ed è la lingua in cui scrivo.
È la lingua dalla quale il mio libro verrà tradotto e della quale parlerò in tutto il mondo, dal Cile al Messico, dalla Germania alla Francia, dal Perù alla Colombia fino all’Olanda e alla Croazia.
L’italiano la lingua che amo e che adoro proteggere soprattutto ora che vivo all’estero, in Bosnia Erzegovina. Inattesa è stata la passione che ho trovato qui a Sarajevo per la nostra lingua, la nostra cultura, i nostri libri, e ce la metterò tutto per prendermene cura, l’ambasciatore Nicola Minasi è attento e molto attivo nel perseguire questo obiettivo -tantissimi sono gli studenti che qui scelgono di studiare italiano all’Università, mentre io mi affanno impacciata sui manuali di bosniaco, la mia nuova, altra lingua.

- Concludiamo elencando qualche parola desunta dal greco che si leghi a parole evocative per l'italiano...

Il Grande dizionario dell’uso di Tullio De Mauro ha censito, sui circa 250.000 lemmi che costituiscono la lingua italiana, circa 8.000 grecismi, di cui circa la metà arrivati intatti dal greco antico, senza la mediazione latina. Ciò significa che una parola italiana ogni trenta è di origine greca. Escluso il dizionario medico, che fin dai tempi di Ippocrate deriva quasi integralmente dal greco, possiamo citare dunque tantissime parole.
Da calligrafia, composto di καλός (kalòs), “bello” e γράφω (grapho), “scrivere”, a ippopotamo, composto di ἵππος (hìppos), “cavallo”, e ποταμός (potamòs) “fiume”; dalle isole Cicladi, così chiamate perché a forma di “cerchio”, κύκλος (kúklos), a filosofia, composto di φίλος (phìlos), “amico”, e σοφία (sophìa), “saggezza”.
La mia parola preferita è armonia, άρμονία, perché significa “collegare, connettere, unire insieme nella giusta proporzione”. Arte, amicizia, bellezza della virtù condividono tutte la stessa radice sanscrita ar- di armonia nelle parole greche άρω (arō), άρθμός (armthòs), άρητή (aretè), άριθμός (arithmòs), ovvero “numero”, da cui deriva aritmetica -non solo nel primo significato di matematica, ma soprattutto di "sapere fare i conti" con la matematica umana, i suoi numeri, le addizioni e le sottrazioni che sempre ci impone.
Di questo e di molto altro sto scrivendo quest’estate a Sarajevo, tra tanta paura e tanta emozione, nel mio nuovo libro.

 
Crediti della fotoPaolo Colaiocco ROSSO35


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