di Paolo Peluffo

Aprite dunque il sito www.ladante.it, barra rossa in alto; cliccate “multimedia”; trovate “In viaggio con Dante”; apritelo, ed ecco srotolarsi, per tutti noi, ventuno ore di film, 100 film di 12 minuti l’uno, minuto più, minuto meno, l’integrale Divina Commedia, integrale e cioè dal primo all’ultimo dei 14.223 versi che la compongono, un progetto unico nella storia della cultura italiana, liberamente fruibile da chiunque. Sette anni di lavoro, sotto la magistrale guida di Lamberto Lambertini, alla ricerca della tracce presenti della molteplice, polimorfa identità italiana, che si scopre tuttavia unitaria e vivente, ancora, nello specchio riflesso dei versi di Dante Alighieri, settecento anni dopo.

Un’Italia antichissima e contemporanea, aperta al mondo, eppure irriducibile a qualsiasi altra esperienza culturale. Una Italia internazionale, azione vivente di assemblaggio di lasciti di altre culture, altre civiltà, altri popoli, ma tuttavia unica.

Che cosa è dunque “In viaggio con Dante”?

Un atto di resistenza contro l’oblio, contro l’appiattimento, la distruzione della specificità culturale italiana.

Noi resistiamo e resisteremo.

In viaggio con Dante è un “voto” della Società Dante Alighieri; un voto in senso religioso, una sorta di promessa, di giuramento di fedeltà alla nostra identità più profonda; un voto nel senso di un pronunciamento, di un’azione concreta per la nostra “eccezione culturale” e per attestare talune immagini, talune azioni dell’uomo nel suo artigianale operare prima che il mercato globale le distrugga.

Raccontare, descrivere, attestare le tradizioni, la storia, le tracce di azioni umane non è un atto di pietà ma di resistenza, ha quindi un altissimo valore civile e politico.

E in questo senso vanno ringraziati i governi e il Parlamento della Repubblica che hanno voluto sostenere, più che in passato, la Società Dante Alighieri. Non tradiremo la loro fiducia. Per l’intanto, abbiamo messo a disposizione di tutti una produzione cinematografica gigantesca, che avremmo potuto distribuire anche con altre modalità, ma abbiamo voluto donare alla nostra comunità, fedeli al nostro antico statuto, orgogliosamente associativo e dunque privato, ma radicato in una vocazione comunitaria.

E se guardiamo a questi sette anni del nostro viaggio, eccole le tracce di una comunità così antica, ma ancora vivente, dalla bottega dello scultore Ciro Vignes, nei quartieri spagnoli di Napoli; al cimitero monumentale di Staglieno, dove riposa, tra gli altri che sognarono l’Italia grande e libera, Mazzini; ai pupi siciliani del maestro Nino Cuticchio; alla fusione ancestrale di una campana nella fornace dei Marinelli ad Agnone; e poi le valli di Comacchio con le anguille che non migrano più; fino al porto di Genova; ai soffioni di Radicondoli; e le tombe etrusche di Sarteano, e il mistero di bottini a Siena ovvero il filtraggio sotterraneo delle acque in epoca preromana; il taglio del bosco nel parco nazionale d’Abruzzo; le cave di Carrara dove operava Michelangelo; le salme disseccate dei cappuccini a Palermo; la fattura dei magnifici cappelli di Borsalino ad Alessandria, segni di un’antica dignità borghese diffusa nelle nostre città, di un benessere distrutto dalla finanziarizzazione del mondo di oggi. E poi l’acquario di Genova, il Museo Egizio di Torino, il castello di Rivoli, l’opificio delle pietre dure a Firenze, la scuola di danza di Liliana Cosi, la Scuola Normale di Pisa, gli Uffizi, Villa Pignatelli. Abbiamo dedicato un intero canto, l’undicesimo dell’Inferno, allo smontaggio della storica tipografia Raffone di via Costantinopoli a Napoli, una piccola tragedia del mondo di oggi, dell’appiattimento delle arti e delle produzioni. L’abbiamo filmata per attestarla, ma anche perché noi, in verità, la speranza di rivedere in funzione opere dell’uomo come quell’antica tipografia, non l’abbiamo ancora dismessa. E poi il castello svevo di Cosenza, il castello dei Malaspina di Fosdinovo, uno dei pochi, autentici luoghi dell’esilio dantesco, il luogo dove il Poeta disegna la struttura a imbuto dell’inferno. E Castel del Monte, desideratissimo per il suo mistero mai svelato: che cosa è Castel del Monte? Lo abbiamo visitato insieme a un plotone di soldati in libera uscita. Rovine di progetti, di costruzioni politiche sconfitte dalla storia e dall’invidia umana. L’umanità minima dei mercatini delle pulci, ma anche le tracce della grandezza naturale e progettuale nella solfatara di Pozzuoli, il Real Albergo dei Poveri, la saline di Trapani, quasi una finisterre verso il Sud sconosciuto, l’orto botanico di Palermo e il Museo del Cinema di Torino e, infine, sopra tutti, il momento più alto e terribile del nostro film: l’aereo di Ustica ricostruito per il processo, contro ignoti. La matta bestialità umana, il terrore freddo e calcolato, che Lamberto Lambertini ha voluto fissare in quei frammenti dell’esplosione in volo, leggendo le terribili parole del Conte Ugolino, sconfitto nella vita e nella morte dal ricordo della grandezza pisana, abbattuta due volte e finita in una torre murata da fuori. E poi l’arte, antica, ma anche contemporanea, con i bianchi di Fontana nella Galleria Tornabuoni di Firenze, al Museo Messner della Montagna a Firmian, o le tracce di operosità contadina di mille anni nel Museo Ettore Guatelli di Ozzano Taro di Collecchio, in provincia di Parma; il museo delle macchine da scrivere di Parcines; il lavoro antico e sporco dei carbonai di Piedimonte Matese, con i catuozzi; le fotografie d’arte a Codroipo della mostra Confronti; tante immagini rubate al sacrario di Redipuglia a Fogliano, Gorizia, impressionante armata di pietra, ancora presente, che ci chiede ancora di essere noi presenti alla nostra storia, alla nostra memoria, al nostro dovere; le opere moderne del bosco di Arte Sella a Trento; la torre di San Martino della Battaglia filmata durante il suo restauro, come filmate durante il restauro le 100 erme garibaldine sul Gianicolo a Roma che tuttora guardano giù, dall’alto, la città eterna che immaginarono, sperarono rinascere grande. Che direbbero di noi?

Loro sarebbero felici, i patrioti, del lavoro della Scuola media Belvedere di Napoli che non a caso diventa protagonista del terzo canto del Paradiso.

Non voglio raccontarveli oltre.

Desidero tuttavia ricordare ancora due elementi di questa immensa opera cinematografica, elementi che possono apparire assurdi, irrazionali.

C’è molta Matera nel viaggio di Lambertini, la Matera dei Sassi, la Matera della grande cerimonia popolare e religiosissima della Madonna della Bruna, la Matera delle chiese rupestri estreme, estremo rifiuto di una comunità che si rifugiò compatta e unita per secoli da invasioni violente sui bordi e sulle forre di roccia, inarrivabili. È la Matera città europea della cultura che rappresenta un segno di speranza e di resistenza per il Mezzogiorno d’Italia, centro del Mediterraneo, che abbiamo fatto nostro. Auguri a Matera!

Infine come non commuoversi all’addio di Pinuccio Sciola con le sue pietre sonanti, mosse dalle sue dita come un’arpa, sculture e musica. Il maestro Lambertini lo filmò poco prima della sua scomparsa.

C’è molta Sardegna, tra le gallerie del Sulcis abbandonate e i nuraghi di Barumini, e la casa bianca che Garibaldi costruì con le sue mani a Caprera per guardare all’alba, nei giorni limpidi di vento, la Corsica; luoghi mai visti da Dante, ma immaginati già allora per la loro immensa antichità.

C’è molto confine, il confine d’Italia tra Gorizia e Bolzano dove la Provincia autonoma di Bolzano, ricordiamolo, ha voluto fortemente sostenere il nostro sforzo proprio dove il confine culturale è friabile e mobile nei secoli, ma dove l’uomo ha imparato nei suoi momenti migliori a collaborare per il bene comune.