Nella giornata di ieri è venuto a mancare Predrag Matvejević. Del prof. Matvejević, che ha insegnato letteratura nelle università di Zagabria, Parigi e Roma, è noto soprattutto il volume del 1988, poi tradotto in 30 lingue, costruito intorno alla storia della parola Mediterraneo (“Breviario mediterraneo”) che guida il lettore, in un ibrido tra un diario di viaggio e un saggio, alla scoperta di un mare che è stato e continua a essere luogo di infiniti scambi, fratture e relazioni. A lui si deve la visione, cosiddetta “geopoetica”, di intimo legame tra luoghi e poesia. Nel 2003 ha ricevuto il Premio Strega Europeo e lo scorso anno un gruppo di scrittori lo ha proposto per il Premio Nobel per la letteratura.

Di seguito riportiamo un’intervista concessa al trimestrale madrelingua nel 2012 in cui l’intellettuale affronta i temi del “lessico dell’alterità”, del linguaggio delle ideologie e dell’impatto della tecnologia sulla lingua.

Predrag Matvejević: come le ideologie influenzano i linguaggi

Intervista a cura di Giacomo Levi

 

Come ci si rapporta oggi, in Italia, con il lessico dell’alterità?

Per parlare di vocabolario dell’alterità occorre innanzitutto parlare di migrazione, della partecipazione di diverse etnie a diverse semantiche e grammatiche rispetto a quelle di partenza. Nessun’altra lingua europea ha tanti sinonimi come l’italiano per indicare i profughi: rifugiato, fuggiasco, sfollato, deportato, esiliato, emigrato, espatriato, respinto e via dicendo. Questo perché, nel XIX secolo, l’Italia ha avuto la più forte emigrazione d’Europa. Durante il regime di Mussolini si diceva fuoriusciti, oggi si parla di clandestini. Questa profusione di parole andrebbe scientificamente approfondita per avviare un dibattito vero. Esiste poi una sintassi dell’immigrazione, una geografia antropologica: “Che antipatia i francesi” , “Sono i soliti italiani”, ecc. Racconta la condivisione, ma anche il dolore e le difficoltà (“Noi lavoriamo e loro ci trattano da delinquenti”), e instaura differenze spaziali (tra un qui e un lì: “Da noi le ragazze erano diverse”) e temporali (tra un ora e un allora: “Ora siamo qui così umiliati e offesi”). Attraverso il ricorso al passato ho osservato cose di cui spesso non ci si rende conto nella lingua madre. Chi impara la nostra lingua avendone una diversa di partenza percepisce nelle nostre parole, talvolta, sfumature che ci sfuggono. Credo che la cultura accademica, riflettendo a fondo su tutto questo, avrebbe potuto aiutare meglio le amministrazioni, spesso in difficoltà di fronte ai fenomeni migratori.

Come si è trasformato il linguaggio della politica in Europa?

Mi sono occupato in passato di come i regimi distorcano la lingua. Ogni cambiamento genera degli “ex”, come tabula rasa linguistica da cui ripartire. Talvolta lo statuto di ex rappresenta un marchio, e la nostra è un’epoca in cui siamo tutti ex di qualcosa. Questo rappresenta un problema identitario in cui far convivere ciò che si è stati (o ciò che si pensava di essere) con ciò che non siamo più. È un legame involontario o una rottura forzata. La questione degli ex è più grave di quanto si possa credere. I totalitarismi, anche quando sono espressione di un passato lontano, sopravvivono nelle parole. I linguaggi delle ideologie lasciano tracce difficili da cancellare, e dunque si crede di controllare il presente quando non si riesce a controllare nemmeno il tempo trascorso. La mia generazione è nata durante l’epoca fascista. A scuola sentivamo discorsi fascisti; sono poi venuti i discorsi della Resistenza, che ho condiviso, e i dogmatismi che hanno distorto il marxismo. Si è ritornati infine ai vecchi discorsi nazionalisti, che si assomigliano un po’ tutti indipendentemente dalle differenze linguistiche.

Quanto incidono le nuove tecnologie sui cambiamenti linguistici?

Le nuove tecnologie sono nate per essere soltanto uno strumento, ma hanno creato nei fatti un nuovo linguaggio. Lo stile degli sms non è molto elegante, ed è piuttosto improvvisato: rappresenta il linguaggio della fretta; è spontaneo, semplice, sprovvisto di eloquenza. La fretta può essere utile a sbarazzarsi della retorica o del politichese, ma a monte è necessaria una scelta; la neolingua di cui parliamo non ha il tempo di compierla e diventa perciò una pratica mutilante. Questi nuovi modi di comunicare conservano una capacità apparente di sostituire la vecchia cultura ma ciò è un’illusione; sono soltanto surrogati della vera cultura.

Nel 1989 l’Europa è scesa in piazza per festeggiare la libertà. Perché nei confronti della “primavera araba” ha avuto invece un atteggiamento di chiusura?

Si può stabilire un’analogia tra l’effetto domino dei paesi che si liberarono con la caduta del muro di Berlino e quello prodotto dalla “primavera araba”, per quanto apparentemente non risulti alcuna somiglianza tra i due avvenimenti: la rivoluzione araba è scoppiata senza il preavviso di campanelli d’allarme evidenti. Ad accomunare gli eventi successivi alla caduta del muro ai fatti avvenuti di recente sull’altra sponda del Mediterraneo è l’impatto che entrambi hanno avuto sulla storia e sui paesi vicini. Ciò, nonostante tutte le differenze, rende le due vicende molto simili.