A cura di Valeria Noli

Benedetto Croce, intellettuale di profilo europeo, in Italia è poco studiato. Per quale motivo, secondo lei?

Credo che dopo la morte di Croce ci sia stata una forma di reazione a un’influenza che era stata molto estesa, capillare e profonda nella cultura italiana. Un’influenza che è stata forte per i primi cinquant’anni del secolo scorso, e che forse a un certo punto ha ingenerato una forma di sazietà e ha portato a trascurarlo. Oggi i motivi sono diversi. Uno di essi potrebbe sembrare marginale, ma ha la sua influenza: Croce è un pensatore molto chiaro, apparentemente facile da comprendere, e questo paradossalmente potrebbe averlo danneggiato perché negli studi filosofici spesso si preferiscono autori più complessi per i quali diventa necessario anche l’aspetto semplicemente esplicativo del loro pensiero. Inoltre c’è stata ed esiste ancora una certa forma di dimenticanza o di trascuratezza nei confronti degli ambiti culturali più cari a Croce. Mi riferisco agli studi storici e a quelli studi letterari, che non sono tra i temi più dibattuti all’interno della nostra cultura presente. Anche di questo, forse, Croce fa le spese. Bisogna però aggiungere, anche se può apparire in contrasto con quanto detto finora, che si è anche mantenuta una tradizione di studi seri su Croce, in Italia, mentre quella che continua a mancare è una conoscenza diffusa del suo pensiero, anche a livello scolastico e universitario.

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