Chiara Tognarelli

Dante stesso, nel cui nome così opportunamente si intitola la nostra società, ci ammonisce che colui
che si estima troppo minore di un altro senza ragione è un dappoco.
G. Carducci, La Società “Dante Alighieri” (1890)

È il giugno del 1905: Carducci si trova a Villa Sylvia, sulle colline di Lizzano, nel Cesenate; è ospite dei conti Pasolini-Zanelli, presso i quali, da quasi una decina d’anni, è solito soggiornare per brevi periodi di riposo. Nel pomeriggio di sabato 17 vi viene raggiunto da Giacomo Venezian, patriota e giurista di origini triestine – arruolatosi come volontario, sarebbe morto a Castelnuovo del Carso dieci anni più tardi. Venezian ha il compito di consegnargli una medaglia d’oro con la quale Trieste ha inteso omaggiare il suo cantore: su una faccia è effigiato il volto severo del Vate, sull’altra è raffigurata una donna, allegoria della città: siede, assorta, in riva al mare su un antico scranno – “i romani ruderi” di Saluto italico, matrice iconografica della medaglia – e ai suoi piedi ha una pietra su cui è scolpita un’alabarda, emblema triestino; dalla costa opposta vede librarsi in cielo tre figure femminili, incarnazioni degli “antichi versi italici” che “dal […] cuor” del poeta si slanciano verso di lei; in alto, lungo il bordo della medaglia corre il verso “TU SOL PENSANDO O IDEAL SEI VERO” (dal sonetto Giuseppe Mazzini), mentre in basso è incisa la dedica “TRIESTE | A SUGGELLO | DI ANTICO AMORE”. La cerimonia di consegna si svolge sulla terrazza della villa; vi prendono parte pochi intimi del poeta, fra i quali la signora Elvira, sua moglie, i conti Pasolini-Zanelli e Vittorio Puntoni, Rettore dell’Università di Bologna – quella stessa università presso la quale Venezian era allora docente di Diritto. Carducci, seduto e in silenzio, ascolta con compiacimento le parole di Venezian. Basta, però, che questi ricordi un rescritto della polizia austriaca – rescritto col quale si vietavano a Trieste, “città austriaca”, pubbliche celebrazioni del Carducci cantore di Oberdan e fustigatore dell’aquila imperiale – per fargli ritrovare forza e fiato. Il vecchio poeta si alza in piedi, scaglia una fulminea invettiva contro l’Austria e ricorda l’italianità di Trieste, città esemplare per il suo senso d’appartenenza alla Patria: “No, città austriaca, no! La più italiana delle italiane; la fedele di Roma”; e aggiunge: “Dite a Trieste ch’io sento profondamente con tutta l’anima mia quello che è l’anima e il pensiero di lei”. Il discorso si tronca in pianto e i presenti si affrettano a rincuorare il Vate, scosso e provato. In questo frangente Carducci si rivela per quello che è diventato: un uomo vecchio, certo, e debilitato da una malattia che progressivamente gli ha tolto energie e lucidità, impacciandone i movimenti e la parola, limitandone l’autonomia, ma ancora capace di infervorarsi e spendersi per le cause che ritiene vitali. E la causa irredentista era una di queste: una delle poche che nei suoi anni senili, rabbuiati da disillusioni e cali depressivi, ha continuato a sentire cruciale, in sé viva, ineludibile.

L'articolo è disponibile in forma integrale solamente per i Soci abbonati a "Pagine della Dante" e "Apice".

La preghiamo di effettuare l'accesso all'area riservata o di sottoscrivere un nuovo tesseramento.


Se è già Socio della Dante, ma non è in possesso delle credenziali per accedere all'area riservata la preghiamo di compilare questa scheda.